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Gianmaria Testa

“Vitamia” è il tuo ultimo disco di inediti. Come nasce, dopo i cinque anni trascorsi da quello precedente?
Nasce da un lungo silenzio, da un silenzio dettato dal fatto che mi sembrava che ogni parola fosse inutile. Che non ci fossero parole con sufficiente peso per poter descrivere questo nulla, questa deriva etica. Non che le abbia necessariamente trovate. Ma mi è comunque venuto in mente di fare un lavoro sul lavoro. O, meglio, un lavoro sul non lavoro. Ho coinvolto lo scrittore Andrea Baiani che aveva scritto un bel monologo per Giuseppe Battiston per il quale avevo composto alcuni brani. A quel punto le canzoni erano sette e mi è venuta voglia di concludere questo percorso. Alla fine “Vitamia” è una specia di diario personale, ma condivisibile con gli altri.

C’è un tema conduttore che lega tutte le canzoni al suo interno?
Non più come nell’altro disco. Ci sono io con un po’ di passato, molto presente e una laicissima invocazione per un futuro in cui il futuro stesso possa tornare a essere nuovamente immaginabile. Mi sembra che la sua assenza sia stata il più grande furto che i ragazzi di oggi abbiano subito in questi anni.

Come lo vedi questo futuro?
Non riesco a immaginarlo. Appartengo a una generazione che, negli anni Settanta, ha creduto che un futuro migliore era possibile. E ha anche discretamente lottato per ottenerlo. Ma poi è andata com’è andata. Alla fine, la cosa più importante non era che si realizzasse, ma che fosse fattibile pensarlo. Questo ci ha fatto vivere un presente pieno di cose. Privare i giovani dell’idea stessa di futuro è inconcepibile. Un giovane che ha davanti a sé la precarietà vive un presente difficile e squallido.

Nel senso che si è persa un po’ la speranza?
Da genitore non posso perderla. Sono obbligato, in quanto tale, ad essere ottimista altrimenti non avrei fatto figli. Però certamente questo è un momento molto difficile. E’ un eterno inizio secolo. E’ un secolo che non vuol partire. Se pensiamo agli inizi del Novecento, nonostante questi 100 anni fossero stato i più truculenti della storia dell’umanità, c’erano un fervore e una convinzione che il futuro avesse preso il sopravvento. Invece è stato imbrigliato. E noi qui viviamo ancora intasati dalla polvere del Novecento. Dovremmo scrollarcela di dosso. Stiamo aspettando un urlo liberatorio. E te lo dice un uomo che è del Novecento.

Tornando al tuo album: come mai il titolo “Vitamia”?
E’ scritto tutto attaccato perchè non ha alcuna pretesa di riassunto, neanche di una vita ordinaria come la mia che, comunque, non si può chiudere in un disco. Ho semplicemente avuto l’impressione di aver scritto come degli appunti di un diario..

E’ un disco che è stato suddiviso in tre filoni: quello dell’infanzia, del sociale e quello sentimentale. Come mai questa tripartizione?
E’ venuta naturale appunto da questi tre momenti che sono a fondamento del disco. Dall’infanzia perchè ho tre figli, di cui uno piccolo che è un continuo parametro e paradigma possibile col quale devo per forza confrontarmi. Per quanto riguarda la parte sentimentale, continuo a pensare che l’innamoramento sia il paradiso dei laici, il collegamento con l’infinito che tutti abbiamo. Infine, la parte sociale ricorda semplicemente che non bisogna chiudere gli occhi, ma guardare continuamente quello che succede.

C’è una canzone all’interno dell’album che mi ha incuriosito molto e ha il titolo di “18.000 giorni”. Cosa rappresentano?
Doveva essere il titolo del disco. Un mio amico mi disse: “Hai mai provato a contare la vita in giorni, anziché in anni?”. Ovviamente no. Continuò: “Secondo te quanti giorni vive un uomo che vive un secolo?”. Gli stavo per rispondere qualche milione. E invece no. Un uomo che vive un secolo vive 36.500 giorni più qualche giorno regalato dagli anni bisestili. L’anno è come una misura metafisica. Quando ci si dice che ci si vede tra un anno, sembra un’eternità. Mentre invece di un giorno abbiamo la percezione esatta di ciò che succede. Quindi, 18.000 giorni rappresentano il momento a partire dal quale ho incominciato a pensare a questo lavoro. Corrispondono, più o meno, a 50 anni. 50 anni sono tanti ma troppo pochi per sprecarli o farseli rubare.

Nell’album sono presenti chitarre elettriche, a volte distorte, mentre solo il trombone è presente come fiati. Come mai questa scelta musicale?
E’ un disco veramente democratico perchè ho la fortuna di aver incontrato, in questi 30 anni, grandi musicisti. Che sono anche diventati gli amici, nel frattempo. Le persone che suonano in questo disco fanno parte di quel gruppo che definirei storico e col quale suono da tanto tempo. Io avevo mandato a tutti le mie canzoni, solo chitarra e voce. Ognuno si era fatto un’idea. Ci siamo trovati in una sala prove a Torino per tre giorni e abbiamo registrato alcune cose. E siamo poi tornati nuovamente in studio con consapevolezza. Avevo raccontato loro le mie idee e man mano che suonavamo ci rendevamo conto che era esattamente ciò che volevamo. Abbiamo fatto il disco in diretta e solo in quattro giorni. Un disco immediato, lo definirei. E non c’è stata neanche una direzione artistica. Rispetto al nostro planning, abbiamo fatto così in fretta a ultimarlo che abbiamo avuto un giorno intero, prima del missaggio, per fare degli ascolti ed eventualmente correggere delle parti. Eravamo così soddisfatti che nessuno ha sentito il bisogno di correggere nulla.

Visto la tua intensa e fervida attività artistica, c’è un progetto che avresti piacere di realizzare nel futuro prossimo?
C’è ma non riguarda la musica! Il mio sogno è un bell’orto con un po’ di serra per poterlo coltivare anche in inverno..

Beh, una cosa realizzabilissima!
Certo, basta solo avere il pezzo di terra! E del tempo, perchè un orto richiede quotidianità. Dovrei smettere di fare tournèè e tornare a quello che ero: un contadino. Il fatto di vedere crescere le piante mi ha sempre dato molta soddisfazione. Intima e interna.

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