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The Colosseum

I Colosseum sono nuovamente in tour! Come vi sentite?
Beh, ci eravamo fermati nel 1971 e abbiamo ricominciato nel 1994. E’ stato naturale riprendere a suonare perchè è ciò che sappiamo fare meglio. Abbiamo la fortuna di essere affiancati da ottimi agenti e manager, perciò possiamo lavorare quando vogliamo. Questo tour è iniziato nell’ottobre 2010 ed è proseguito fino alla fine dell’anno. Poi abbiamo ripreso a luglio, suonando in diverse città. Ora siamo qui e siamo davvero felici di poter continuare ad esibirci perchè siamo come una famiglia, dal momento che ci conosciamo da molto tempo. 

Cosa vi tiene insieme dopo così tanto tempo?
Innanzitutto, la musica che facciamo è la musica del gruppo nella sua interezza e non di una sola persona. E’ il frutto dell’esperienza di ognuno di noi. Spesso accade che i componenti di una band abbiano un leader che loro stessi seguono senza particolare interesse. Non è il nostro caso, perchè i brani che proponiamo sono i brani creati da tutti noi insieme. Noi siamo gli stessi di un tempo, tranne Dick Heckstall Smith, che purtroppo morì nel 2004. Mia moglie Barbara Thompson prese il suo posto e ora è una della famiglia. Inoltre, le canzoni che proponiamo arrivano dagli anni Sessanta e noi le suoniamo esattamente come allora. Per noi è importante. E direi che abbiamo avuto molto tempo per imparare a farle bene!

E com’è lavorare con Barbara?
Barbara ha il morbo di Parkinson. Un demonio. Le è stato diagnosticato nel 1997 e nel 1995 aveva smesso di suonare con la sua band perchè le performance che facevano stavano diventando troppo dure per lei. Comunque, ad oggi, noi continuiamo a suonare insieme, anche se non sappiamo per quanto tempo sarà ancora possibile. Ma quando lei non potrà più, terminerò anch’io perchè le starò vicino. Siamo insieme dal 1964. Se lei si ferma, mi fermerò anch’io e anche la band. Tutti ne siamo consapevoli e così deve essere. Spero saremo comunque fortunati, dato che in questi ultimi anni, ogni volta che avevamo pensato di interrompere la nostra attività, la scoperta di nuovi farmaci che la facevano stare meglio ci ha permesso di continuare a suonare. Lei suona in modo fantastico. Incredibilmente fantastico! E il pubblico stesso lo vede e la apprezza, la ama. Durante il concerto esegue un brano in solo e, nella seconda parte, la sua presenza col sassofono si incrementa facendo letteralmente impazzire il pubblico che ha così modo di comprendere quanto lei sia forte. Lavorare con lei è meraviglioso. Perchè ha davvero talento.

Cosa troviamo all’interno del vostro ultimo libro “Playing the band”?
Mio figlio è batterista. E io sono solito dirgli: non pensare a suonare la batteria, pensa a suonare nel tuo gruppo e la batteria suonerà da sé. Perciò ho scelto questo titolo per il mio libro, perchè è ciò che io faccio da sempre. Il testo si apre con la mia nascita e si conclude al giorno d’oggi. Ed è la storia di come è nata l’idea di un certo tipo di musica che io ho iniziato a suonare molto presto. L’autore del libro che è venuto da me non voleva scrivere un libro sui Colosseum, ma voleva parlare con me, farmi domande e chiedermi di raccontargli molte cose, perchè diceva che io ero il centro pulsante della band. Ai suoi occhi, non era tanto interessante il mio ruolo di batterista quanto quello di produttore e di creatore di nuove sonorità. Non fui subito d’accordo, perchè volevo che prima parlasse anche con gli altri e che solo alla fine venisse da me. Così ha fatto. Gli ho dato tutti gli album della band, i miei solisti e quelli di Barbara. E lui ha scritto della mia vita musicale. È stato divertente. Ci sono delle cose interessanti lì dentro, ma non è una soap-opera! (ride). Se volete una soap-opera basta che accendete la televisione! O altrimenti aspettate il mio prossimo libro!

Perchè a un certo punto della vostra vita avete deciso di ricostruire la band?
Devo ammettere che è una cosa che non avevo pensato di fare. Mentre gli altri del gruppo, sì. Chris Farlowe mi scrisse un paio di lettere dicendomi che ovunque suonasse, la gente gli chiedeva quando si sarebbero riuniti i Colosseum. Io ero molto impegnato e non avevo un momento libero per pensare a questo genere di cose. Quando Dave Greenslade compì 50 anni fece una grande festa e invitò moltissima gente. Fu proprio in quella occasione che si affrontò il discorso e si ritenne possibile una reunion. Io ero in tour con Barbara in Germania e passai un momento in cui non stavo bene: avevo un terribile problema alla gola. Chiamai un nostro amico dottore, che è anche l’organizzatore di uno dei più grandi festival che si tiene proprio in territorio tedesco, il quale, dopo avermi visitato, osservato la gola e prescritto le medicine, mi disse: “Perchè non riformate i Colosseum?”. Gli risposi, stupito: “Cosa???”. Mi spiegò che, nel caso, ci avrebbe inserito all’interno del programma del festival con un pubblico di oltre 300 mila persone: “Sarebbe meraviglioso, non trovi?”, incalzò. Non mi rimase che accettare. Così ritornai e contattai tutti gli altri. Chiamai l’agente di Barbara che era in Germania e gli chiesi di fissarmi due o tre date. Mi rispose: “Ci provo!”. Non sembrò un inizio incoraggiante. Solo più tardi mi svelò il suo entusiasmo. Fu così che furono fissate moltissime date, in tutto un centinaio e continuano tuttora, spalmandosi in dieci e più stati.

Pensi sia possibile un nuovo album in studio?
Abbiamo già sei tracce già pronte. Altre, invece, sono ancora da ultimare, spero a breve.

Qual è il ricordo più forte che hai degli inizi della vostra carriera musicale?
Beh, ricordo un meraviglioso tour in Italia nel 1971, con un pubblico veramente molto numeroso. Credo che ognuno di noi porti dentro quel tour. Amiamo l’Italia. Ma il momento più emozionante che ricordo fu quando realizzammo il nostro primo album che venne ultimato molto velocemente. Andammo poi in Scandinavia, per l’inizio del tour che durò circa un mese. Quando tornammo in Inghilterra, ci trovammo a Calais o a Dunkerke, non ricordo precisamente, per attraversare la Manica in nave fino a Dover. Il nostro agente fissò, per quella sera, una data a Folkstone, lungo la costa britannica. Avevamo appena il tempo di scendere dalla nave e dirigerci al luogo dello show. Dopo un mese di assenza, senza neanche passare da casa, ci trovammo sulle cliff di Folkstone per uno dei nostri più grandi eventi. E solo lì scoprimmo che il nostro album appena uscito era salito direttamente in classifica e che tutta quella gente aspettava intrepida il nostro. Nessuno ci aveva detto niente!

Durante la vostra carriera musicale hai collezionato numerose nomination come miglior batterista: una in meno di Carl Palmer. Pensi di poterlo raggiungere?
Per me la batteria non è mai stata così importante, diversamente da Carl che, invece, vuole essere un grande batterista. E lo è. Non è una parte così profonda di me. Non è tutto. La cosa per me più importante è esibirmi insieme al gruppo e la cosa che mi fa più felice è vedere la band che suona davanti a me. A volte mi capita di fare dei lunghi assoli. Ma solamente per permettere al gruppo di fare una pausa! “Devo andare in bagno!”, mi dice qualcuno di loro. E io parto con la mia performance solitaria! Siamo tutti matti, lo so.

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