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“Munfrà” è il vostro ultimo disco. Come nasce?
Nasce con una voglia, dopo 22 anni di carriera, di guardare indietro per trovare la forza, energia e bellezza di andare avanti. Per cui, se abbiamo fatto un lavoro sul Monferrato, è perchè abbiamo voluto muovere dei meccanismi creativi che si erano fermati. Intendo canzone popolare e uso del dialetto come forte valenza poetica. E’ un lavoro di ricerca di 4 anni. Un disco a km zero che andrà molto lontano e di cui siamo molto felici.

Quattro anni di ricerca all’interno di questa nostra bellissima tradizione. Cosa avete trovato?
Intanto la voglia di raccontare i piccoli accadimenti della storia, quella storia tramandata e raccontata. Noi abbiamo pensato che proprio il Monferrato, questo tempo largo che lo contraddistingue e quel modo di inseguire il corso delle stagioni, potesse regalarci queste storie, apparentemente piccole ma che meritavano di essere raccontate. Si parla di rabdomanti, di Luigi Tenco o l’incontro tra un saraceno e un monferrino.

All’interno del disco troviamo culture diverse da quella monferrina, come quella araba, iralndese e messicana. Cosa rappresentano questo tipo di influenze?
Il Monferrato è una terra di passaggio. Acqui Terme, per esempio, è un luogo dove si uniscono, scambiano, intrecciano diversi dialetti e culture, soprattutto di quelle che provenivano dal mare. Il fatto che fosse una terra di passaggio ha forse limitato alcune peculiarità perchè spesso ci troviamo davanti a degli aspetti imbastarditi. E’ stata, perciò, un’occasione di incrociare altre esperienze che noi stessi abbiamo cercato di inserire nel nostro album attraverso le diverse sonorità del mondo: cornamusa asturniana di Hevia o la ghironda di Lou Dalfin, ad esempio. La bellezza della world music ha trovato spazio in questa nostra cultura attraverso il suono riscoperto e reso molto più colorato da questi strumenti stessi che ben si sposano con la nostra. Perchè tanti altri luoghi simili al Monferrato sono sparsi per il pianeta.

C’è una canzone che si intitola “Na bèla corbà ed nìule” che è dedicata a Tenco. Come mai questa dedica e cosa rappresenta Tenco per voi?
L’abbiamo dedicata perchè i nostri luoghi sono quelli in cui Tenco è cresciuto e dove la sua famiglia vive. Inizialmente il protagonista della canzone, colui che guardava dall’alto il Monferrato in un giorno di festa, doveva essere mio papà, che è mancato qualche anno fa. Poi via via ho pensato a Tenco perchè in quei giorni stavamo facendo un lavoro su Cesare Pavese all’interno del quale avevamo inserito la canzone “Ciao amore ciao” proprio di Tenco. Le cose si sono intrecciate e il protagonista della canzone è diventato proprio Luigi Tenco che guarda dall’alto il Monferrato in un giorno di festa, quando c’è un caldo tremendo e tutto è immobile: la gente, le code dei cani, l’acqua. Addirittura le lancette dell’orologio sembrano non muoversi. Tutti sono vestiti bene e tutti guardano la stessa foglia, immobile anch’essa, poi arriva il vento del Monferrato, imbastardito da un soffio di mare, la foglia ha un brivido e comincia la festa.

La ballata del tempo e del sogno ha alla voce anche Eugenio Finardi. Com’è nata questa collaborazione e come vi siete trovati a lavorare con lui?
Benissimo perchè è una persona davvero bella che noi già avevamo avuto l’occasione di conoscere anni prima. E’ stato un giorno importante. Ogni ospite, ogni nostro amico, ha portato un contributo determinante nel disco, entrando perfettamente nell’idea del Monferrato. Quella canzone è l’unica che non racconta un piccolo e particolare accadimento di una storia, ma narra di una storia d’amore che è quella tra Aleramo e Alasia. Canzone epica che parla di una leggenda, quella che spiega il motivo del nome Monferrato. La voce di Eugenio era davvero l’ideale e infatti ha aggiunto qualcosa di indimenticabile e straordin

E riguardo a Paolo Conte, come è stato collaborare con lui?
Appena finito i disco, abbiamo messo tutte queste canzoni dentro un cd e l’abbiamo portato a Paolo Conte perchè volevamo che lui, prima di tutti, ascoltasse questo disco. Il disco è piaciuto e ci ha regalato la prefazione perchè l’ha definita una raccolta di racconti, quasi un libro. Nella lettera di accompagnamento che ci ha scritto poco dopo Natale, ci ha comunicato come, in questo album, noi siamo riusciti a toccare l’antico, che è come toccare il futuro. Questo era proprio il nostro sogno.

Al di là dei concerti, c’è qualcosa nel cassetto per il futuro?
Domanda difficile per un periodo come questo in cui pochi pensano al futuro. A noi piacerebbe seminare qualcosa per chi non conosceremo, piantare alberi per loro e lasciare un mondo migliore. Un sogno, un’utopia poco legata alla nostra arte ma comunque destinata a tutti coloro che verranno e che si meritano un mondo migliore di questo. Perciò leggete tanto, sognate, siate curiosi. Perchè meno sarete curiosi più ci sarà qualche potente che vi porterà grandi pezzi della vostra vita.

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