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Un benvenuto a Sergio Berardo dei Lou Dalfin! Siete reduci da un lungo tour in tutta Italia e in Francia. Vi siete formati nel 1982: com’è il rapporto con il vostro pubblico dopo così tanto tempo?
Abbiamo visto il pubblico cambiare, arricchirsi, aumentare. Siamo partiti con un gruppo di fans appassionati di folk revival. Ora siamo una vera e propria band che propone musica popolare. Anni fa si vedevano i ragazzini che pogavano, si divertivano. Gli stessi che abbiamo ritrovato anni dopo con la carrozzina, sposati e che si muovono solo più ogni tanto. Abbiamo accompagnato le varie fasi delle loro feste. Una volta ero a Barcellona a suonare; mi si è avvicinata una coppia, lui un insegnante di catalano che mi dice: “Devo ringraziarti perchè tempo fa ho conosciuto questa donna, che  insegnava nella mia scuola e che ora è mia moglie. Non sapevo come fare per attirare la sua attenzione così l’ho invitata a un tuo concerto!”. E poi si sono sposati. Come vedi siamo stati “pronubi”!

Cos’è per te la cultura occitana?
La sento come la cultura della mia terra e della mia gente, di un mondo ricchissimo che ha ancora tante cose da dare e da dire a se stesso e agli altri.

Quindi credi che sia importante la dimensione della tradizione soprattutto qui in italia?
Più che mai importante! Se ci dimentichiamo chi siamo non sappiamo più dove andiamo! Per tradizione non significa solamente mantenere qualcosa o guardare nostalgicamente al passato. Vuol dire evoluzione e invenzione continua. Non ci interessano le tradizioni morte.

Siete nati nel 1982 e avete avuto una sorta di pausa di circa tre anni. Prima di questo break facevate folk con strumenti tradizionali mentre dopo avete arricchito la vostra musica con strumenti più contemporanei. Come mai questo cambio?
Perchè ci siamo resi conto che facevamo della musica tradizionale ma non popolare. Infatti i ragazzi della mia terra non si interessavano a questo, ascoltavano altra musica. La nostra era per forestieri e turisti che volevano qualcosa di diverso e di autoctono delle nostre montagne. Anche se il concetto di “tradizionale” ha una valenza ovviamente variabile. La fisarmonica, per esempio, quando è stata introdotta nel 1800 è stata molto osteggiata dai puristi perchè considerata uno strumento innovativo che rompeva con la tradizione. Questo dimostra che la tradizione stessa è uno spirito. Ed è indipendente dagli strumenti che utilizzi.

So che alcuni album li avete fatti sotto etichetta Sony. Pensi sia importante essere distribuiti da una major o no?
Io penso che per musica come la nostra le major non hanno la sensibilità, né la volontà, gli interessi e nemmeno la furbizia di capire che potrebbe essere un modo anche per fare dei soldi. Ti giudicano con dei parametri e ti inseriscono in certe logiche che non sono quelle in cui tu potresti rendere. Potrebbe essere bello, certo. Potrebbe.

Un festival dove avete suonato e un festival dove vi piacerebbe suonare?
Mi è piaciuto suonare a Castelmagno, il 15 di agosto, dove viene tutta la gente della mia valle a sentirmi. E’ il festival più bello del mondo perchè io lì sono davvero contento. Per il resto abbiamo suonato dagli Stati Uniti all’Ecuador, dalla Corea del Sud a tutti i più importanti festival folk eurpoei. Bellissimo! Ma non me ne frega niente perchè mi interessa solo suonare per la mia gente. E un posto dove mi piacerebbe esibirmi? Castelmagno l’anno prossimo!!! (ride)

E riguardo al vostro ultimo lavoro?
“Cavalier faidit”, cavaliere proscritto, parla di un cavaliere sconfitto durante la crociata nel 1209 che va ad offrire la propria spada al migliore perchè lui non ha più il feudo, nome e titolo. E’ un cavaliere senza corona che poi si ritrova sul traffico di una tangenziale. E’ un po’ la storia dell’Occitania che non ha una propria dimensione politica e unitaria. Una sorta di nazione proscritta.

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