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“Sul tetto del mondo” è il vostro dodicesimo album. Mi fate una panoramica dei temi e dei concetti principali che ci sono all’interno?
E’ un disco che si ricollega esplicitamente al nostro esordio, sia da un punto di vista discografico che degli ideali. E’ stato partorito dopo un anno in cui abbiamo portato in tour il quindicesimo anniversario dell’uscita del nostro primo disco “Riportando tutto a casa” del 1994. Queste sonorità hanno perciò condizionato la stesura del nostro ultimo lavoro. E’ un disco che chiude un cerchio, ripartendo da quelle stesse tematiche e sonorità e da quegli stessi stili di allora. Siamo nel folk e nell’acustico.

Come mai?
Perchè già nel nostro primo disco, ad esempio, c’era il violino e non la chitarra elettrica. Era un album acustico anche quello. E poi l’abbiamo registrato nello stesso studio dal quale siamo partiti e al quale siamo stati sempre legati. Si tratta dell’”Esagono” di Rubiera, che ha chiuso.

E come avete vissuto la chiusura di questo studio?
E’ stato un distacco un po’ traumatico. Era una sorta di seconda casa. Ci trovavamo spesso e volentieri, non solo a registrare ma anche a mangiare, dormire o semplicemente a riunirci o a giocare a biliardino. Avevamo addirittura costruito una sorta di piscina fuori dallo studio, perciò nelle pause di registrazione ci infilavamo il costume e, tipo ranocchioni, facevamo due bracciate nell’acqua!
Comunque questa assenza non l’abbiamo ancora metabolizzata. E’ un piccolo periodo della nostra vita che purtroppo si chiude.

E adesso come colmerete questo vuoto?
Avremo un po’ di tempo per pensarci, visto che il disco è uscito da poco. E’ vero che siamo molto prolifici e che abbiamo già pronto il prossimo e in cantiere altri progetti..

Insomma c’è già qualcosa che bolle in pentola..
Abbiamo un progetto che stiamo curando che non è nostro, non sarà un disco firnato Modena City Ramblers, ma da altri artisti. Sarà sul tema della resistenza, in particolar modo su una vicenda accaduta vicino a casa nostra. E poi c’è un disco già pronto e composto da tutti i brani che sono rimasti fuori da questo nostro ultimo album perchè si tratta di canzoni più impegnate e dall’atmosfera e tematiche più forti, come la strage di Bologna, ad esempio. “Sul tetto del mondo” volevamo, invece, fosse un disco più solare e vivo.

In questi 20 anni avete affrontato diverse sonorità. Ma alla fine quale vi appartiene di più?
Tutte quante! Ma direi quella che ci ha messo gli strumenti in mano, cioè il folk e la musica celtica-irlandese, che poi negli anni ha avuto molte contaminazioni. Siamo, per eccellenza, il gruppo a cui se stacchi la corrente continua a suonare!

Quali sono i gruppi che vi hanno più ispirato?
Siamo singolarmente dei forti appassionati di musica e abbiamo ascolti estremamente etrogenei. Per quanto riguarda noi come gruppo direi che non saremmo nati senza i Pogues, soprattutto il primo disco che è una copia esplicita di una serie di canzoni loro sia a livello musicale che di testi. In passato abbiamo collaborato con Terry Woods che si era accorto della spudorata somiglianza! Ma anche loro fecero lo stesso prendendo brani di musica tradizionale irlandese e shekerandoli con il punk. E questo alla luce del fatto che la musica è una costante rilettura e riproposta di qualcosa che già esiste e che viene metabolizzato attraverso nuove sensibilità. I Pogues ci illuminarono perchè erano un gruppo folk che suonava punk. Ci avevano incuriosito perchè attingevano da una realtà di tradizioni irish folk che arrivano da gruppi come i Dubliners. Ancora adesso, nel riascoltare questa musica, troviamo una freschezza notevole e sempre emozionante. Poi ci sono i Clash, Bob Dylan, Mano Negra, De Andrè, Guccini e tutto ciò che attinge dalla lotta e dalla contestazione politica nella canzone italiana. Penso a Pietrangeli con “Contessa” o la stessa “Locomotiva”.

Come mai il titolo “Sul tetto del mondo”? Come ci si sta sopra?
Innanzitutto non lo sappiamo nemmeno noi! Sono nati insieme titolo e copertina, quasi per caso. Eravamo intenti a registrare il disco e ci è sbucato fuori il titolo! La canzone omonima era stata scartata dall’album precedente “Onda libera”. Ci era dispiaciuto molto a suo tempo ma il brano era fuori contesto. E’ quindi un titolo vecchio di tre anni!
Aspetta! Si è attivato un neurone e ci è venuto ora in mente la genesi iniziale dell’dea. Eravamo in un agriturismo in Toscana, su un torrione dove ci fu la sensazione, rientrata poi nel testo, di un tetto del mondo come meta spirituale. E’ un titolo che si può prestare a delle critiche perchè possiamo apparire superbi e altezzosi. Eppure rappresenta anche la tranquillità di questo periodo in cui suoniamo con gusto e serenità.

E riguardo alla ranocchia sulla copertina?
Innanzitutto è un simbolo di rinascita e di buon augurio. E poi, se hai notato, la ranocchia è verde, il mondo è arancione e le scritte in bianco: i colori della bandiera irelandese. E poi lo studio Esagono dove abbiamo registrato l’album era famoso per avere accanto tante ranocchie gracidanti che ci han tenuto compagnia e che spesso hanno disturbato le nostre registrazioni, tanto erano potenti!

Erano l’unica fonte di disturbo?
E’ subentrata poi anche l’alta velocità per cui il fonico ci lasciava periodicamente un foglietto con gli orari di passaggio dei treni! Si sentiva il sibilo e tremava pure lo studio!

Ultima domanda volante e probabilmente banale (se cercavo un po’ più su internet probabilmente avrei trovato la risposta): Modena City Ramblers sta per…?
Beh, Modena è una città! Quella che sta sulla via Emilia, dopo Reggio…! Ramblers  sta per vagabondi. La genesi è molto semplice: nella prima data (che ancora si è incerti su quale sia stata perchè ci sono pareri differenti!) durante la primavera del ’91, eravamo stati chiamati a suonare qualche brano improvvisato di musica irlandese. Ci chiesero come dovevano pubblicizzare la serata. Perciò ci inventammo Modena City Ramblers perchè è la classica dicitura che hanno molte band folk e country in cui si antepone il nome della città alla parola Ramblers. Per scherzo scegliemmo questo nome che ci è perciò è rimasto, anche se in inglese e contro ogni possibile legge di marketing! Alla fine si capisce solo Modena. E la parola Ramblers viene pronunciata spesso male e in modo non corretto! A volte siamo diventati un codice fiscale! Una volta su un giornale straniero siamo apparsi come i Medina City Ramblers! Neri Marcorè ci ha presentati come i MCR con le singole consonanti pronunciate in inglese. In barba ai My Chemical Romance! Insomma, non era necessario!

Quindi voi vi sentite un po’ vagabondi…
Assolutamente sì! Infatti siamo in una sorta di “neverending tour”..

Come Bob Dylan..
Beh, senza cadere nel blasfemo!! (ridono)

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