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“Speed of darkness” è il vostro ultimo lavoro. Come nasce e dove è stato registrato?
E’ nato tra l’Irlanda e Detroit, città molto simili tra loro anche se può non sembrare. Abbiamo trascorso molti mesi in quei luoghi. Con mia moglie e gli altri del gruppo abbiamo ripulito il nostro scantinato ed è stato lì che abbiamo scritto la maggior parte dei brani. A Detroit non siamo riusciti a trovare uno studio di registrazione adatto alle nostre esigenze, perciò ci siamo spostati nel North Carolina. Non volevamo un suono che sapeva di “chiuso”, ma sonorità vive. Perciò abbiamo registrato in una vecchia chiesa con ampie vetrate. Meraviglioso!

Che significato hanno il titolo dell’album “Speed of darkness” e l’immagine in copertina?
Il disegno arriva da un nostro amico che vive nel territorio della vecchia Yugoslavia. Aveva scritto un libro composto da diverse storie inerenti la guerra nei Balcani. Tra una storia e l’altra vi erano delle immagini realizzate da diversi artisti del luogo. Sempre in questo testo, abbiamo trovato un titolo che parlava di “Speed of lightness”. Considerando il fatto che nel mondo le cose stanno cambiando molto velocemente, ma in negativo, da qui il titolo modificato in “Speed of darkness”. E la copertina non è altro che una battaglia tra un uomo e l’altra sua parte.

Si tratta di un “concept album”?
No. Anche se quando eravamo in Irlanda e a Detroit ci guardavamo attorno, osservavamo la gente. Abbiamo respirato i luoghi e inevitabilmente molte delle atmosfere e degli stralci di vita sono finiti nell’album. E’ un disco che parla di frustrazioni. Ma è anche e soprattutto un disco che parla di speranza.

“Oliver Boy”: cosa racconta?
Molti molti anni fa, in Irlanda, viveva un uomo che si chiamava Oliver Cromwell. Non gli piacevano gli irlandesi, li voleva fuori dalla faccia della terra. Missione che fallì. Queste vicende traducono ciò che accade tutt’oggi. Non c’è differenza, la storia si ripete. Cosa abbiamo imparato, alla fine? E’ una canzone che parla di evoluzione e di comprensione.

Che sentimento lega ogni canzone dell’album?
vInnanzitutto sono 50 minuti di immediata energia. Si va dal primo pezzo all’ultimo tutto d’un fiato. E’ l’emozione, per la precisione, che unisce tutti i brani. E’ la prima volta che c’è una tale intensità riposta in ogni canzone. Dal punto di vista del testo non mi sento di dire che c’è un messaggio: non abbiamo risposte, solo risultati, ciò che possiamo vedere attorno a noi.

Com’è cambiata la vostra carriera musicale in questi dieci anni dal vostro primo album?
Siamo una “working class band”, nel senso che lavoriamo sodo tutto il tempo. Cosa è cambiato è il numero della gente che ci segue. E la tipologia. Abbiamo molti feedback positivi da persone che sono andate a combattere in guerra o che hanno perso il lavoro. C’è un legame che, in qualche modo, ci tiene uniti a loro.

Come e quanto vi ha influenzato la musica dei Dubliners e dei Pogues?
Moltissimo! Io e Bridget siamo stati fortunati a suonare con loro prima che Ronnie Drew ci lasciasse. Ci sono diverse band che portano avanti la tradizione iniziata con i Dubliners, tra cui noi, ovviamente. Credo sia meraviglioso e importante. Un’evoluzione musicale coraggiosa che non permette di dimenticare da dove musicalmente proveniamo.

Se ti dico Molly Malone, cosa pensi?
Gli irlandesi hanno spesso cantato di persone e situazioni tristi. Lo facciamo anche noi, certo. Ma quello che conta di più è trasformare questa tristezza in qualcosa di comico e ironico. E’ il modo migliore di vivere. E Molly Malone lo sapeva!

Come lo vedi il futuro?
Uh! Domanda complessa! Vivo giorno per giorno, senza grandi piani. Oggi suoniamo qui, domani lì. Poi torniamo in Irlanda a curare il nostro giardino e i nostri polli. Viviamo come se ogni giorno fosse l’ultimo. Non troppo seriamente, intendo. Altrimenti perdi il presente, perdi tutto. I sogni si possono realizzare, non importa di cosa siano fatti!

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