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Keys to the Kingdom” è il vostro ultimo lavoro. Come nasce e che significato porta con sé il titolo?
Abbiamo scritto l’album in un paio di anni, tra un live e l’altro. Il disco è stato registrato nei nostri studi nel Mississippi molto velocemente, qualche settimana. E’ stata la parte più semplice. Il titolo è una dedica a nostro padre che è scomparso due anni fa. Ho una figlia che è nata da poco. Tutto questo dimostra che il regno della vita è un cerchio che si chiude sempre.

All’interno dell’album c’è una cover di Bob Dylan “Stuck Inside the Mobile with the Memphis Blues Again”. Come mai avete scelto proprio questa canzone e cosa rappresenta Dylan per voi?
Nostro padre e Bob Dylan erano amici. Lui ha suonato le tastiere nell’album “Time Out of Mind”. Ed era un grande appassionato di blues. Dylan, per noi, è colui che ha raccolto la tradizione blues e l’ha spinta nel futuro. Quella canzone l’abbiamo scelta perchè è stata un’idea e una volontà di nostro padre.

Ci sono musicisti con i quali vorreste collaborare?
Siamo stati fortunati perchè abbiamo avuto l’occasione di conoscere e di suonare con diversi grandi musicisti, come John Hiatt, per esempio, artista che adoriamo. E ci piacerebbe molto dividere il palco o la sala di registrazione con Seasick Steve, chitarrista blues americano; oppure con Justin Townes Earle, il figlio di Steve Earle. E vorremmo Jack White nella mia produzione.

Aprirete il concerto di Robert Plant…
E’ un onore. Collaborare con Robert è dura. Lui lavora sodo tutti i giorni e cambia le cose mille volte per arrivare alla soluzione migliore. E’ un perfezionista. E’ meraviglioso vederlo all’opera.

Diversi anni fa, avete definito la vostra musica come “loud psychedelic southern folk rock blues”. E’ ancora adesso così?
Certo! Ma ora lo chiameremmo semplicemente “Mississippi rock n’ roll”!

Il vostro album suona come di qualcosa che giunge dal passato. Quali erano gli artisti che ascoltavate quando eravate giovani?
E’ dura! Moltissimi!

Ditemene tre!
Bo Diddley, Jimi Hendrix e Ry Cooder. Nostro padre ha lavorato spesso con Ry perciò l’abbiamo ascoltato un sacco di volte.

Ry Cooder è nel vostro ultimo disco con la sua “slide guitar”.. Com’è lavorare con lui?
Molto semplice. Anche se in realtà lo vediamo poco. Lui fa il suo dovere, canta, suona e sparisce. Veloce e perfetto.

Ultima domanda. Siete nati nel 1996 e siete cresciuti musicalmente anno dopo anno fino ad oggi. Cos’è cambiato lungo questa linea temporale?
E’ cambiato molto. Innanzitutto, c’è stato un nuovo inizio. Una pausa. E un ricominciare. In questo tour abbiamo deciso di rimanere in due. E ci stiamo divertendo molto, soprattutto perchè in due ci si ritrova a suonare tutti gli strumenti a rotazione. Ce li scambiamo. In realtà, agli albori della nostra carriera eravamo già in due. Perciò, nonostante i diversi cambiamenti, è come se fossimo tornati al punto di partenza.

E per il futuro? Avete un progetto al quale vorreste dedicarvi o un sogno che vorreste realizzare?
Continuare a scivere canzoni! E poter suonare world music, perchè ci affascina vedere persone di diverse culture suonare insieme. Ma proprio per questo è un sogno piuttosto difficile da concretizzare.

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