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Ciao Fabio! Un benvenuto su Radio PNR. “Blues in teatro” è lo spettacolo che state portando in giro per l’Italia. Che cosa presentate in questo tour?
E’ un progetto che nasce da lontano e che vuole accompagnare lo spettatore attraverso la storia e i valori del blues che è stile di vita e sottofondo ideale della quotidianità con i suoi chiaroscuri, passioni, viaggi, abbandoni, ricerca e fantasia. Abbiamo scelto brani che servono a far capire alla gente quanto sia importante conoscere il blues. Dal blues sono nati il jazz, il rock, il raggae, la fusion e molti altri generi musicali moderni. Il nostro è solo un modo per tributare i grandi bluesman del passato. Ed è un progetto che arriva da una considerazione che ho fatto tante volte: perchè il blues non deve andare in teatro? Il teatro ospita la prosa, la musica leggera, la classica, il tango, il varietà, il cabaret. Il blues ha la stessa dignità culturale. E’ la musica fonte, la musica origine. La prima data è stata un buon successo di pubblico e di critica, perciò speriamo che anche nelle serate successive ci possa essere lo stesso entusiasmo.

Presentate anche dei brani nuovi, durante questo tour. Faranno parte di un album?
Quello dell’album è la speranza di ogni musicista. Per un album dal vivo bisogna registrare tutti i concerti, perchè è difficile che sia buona la prima. Perciò noi registriamo e poi, se avremo materiale sufficiente e soprattutto suonato bene, faremo senz’altro un cd. Significherebbe il coronamento di tanti sforzi. E’ un progetto faticoso perchè è difficile avere spazio sui media e portare la gente a teatro e non alla sagra del paese, del pub o della festa estiva, tra una salamella e una birra. E’ una scommessa importante, dopo 40 anni di carriera. Alla fine, mi sono voluto cimentare in qualcosa che è nuovo anche per noi. Ma il blues è una continua sfida con se stessi perciò sono contento di questo progetto.

La Treves Blues Band è nata nel ’74 con l’obiettivo di ripercorrere la storia del blues e divulgare storie, valori e interpreti. Obiettivo riuscito?
Molto riuscito. Non solo perchè siamo ancora in attività. Ma anche e soprattutto perchè incontro tanti giovani, molti dei quali mi vivono come un punto di riferimento o come colui che può insegnare, suggerire e raccontare aneddoti. Il blues si tramanda. Abbiamo superato crisi di governo, anni bui. Abbiamo iniziato a far musica che in Italia non si sapeva ancora cos’era il blues. Lo scambiavano per jazz. Una grande soddisfazione, forse anche grazie alla Treves Blues Band, sta nel fatto che si sono aperti molti festival del blues e molte rassegne. Questa figura di “apriprista” mi inorgoglisce non poco.

Hai all’attivo collaborazioni con grandi artisti come Alexis Corner, Mike Bloomfield, Roy Rogers, Willie DeVille. Ma c’è qualcuno con il quale non hai ancora suonato e con il quale ti piacerebbe dividere il palco o la sala di registrazione?
Tanti. Ma ce n’è uno, che non è ufficialmente blues: il Boss. Bruce Springsteeen lo incrociai anni fa e lo conosco per interposta persona. Addirittura il suo manager una volta mi disse che il Boss voleva vedermi. Conosco molto bene il chitarrista Little Steven, per il quale ho aperto diversi concerti, che mi ha raccontato che Bruce è persona disponibile, gentile. Siamo coetanei. Mi piacerebbe un giorno, non dico salire sul palco con lui perchè sarebbe troppo, ma conoscerlo bene per poter esternare tutta la stima, l’affetto e simpatia che ho. Lui ha fatto tanto per la storia e per la divulgazione della musica nord americana. Folk o blues, ma musica di un popolo. E’ una persona che è sempre stata in prima fila ma, al di là della fama interplanetaria, è sempre rimasto coi piedi per terra. Per me è eccezionale. Un esempio da dare a un giovane. Lui era partito con poco, non si è mai venduto e i suoi testi sono un grande insegnamento per tutti.

In che modo la passione di tuo padre per la musica ti ha influenzato quando eri bambino?
Mio padre mi ha fatto ascoltare sempre buona musica: dal fado alla bossanova, dal jazz al country fino alla classica. Quando io ho iniziato a capire la musica, ho scelto ma avendo già qualcosa di antico nelle orecchie. Da lì l’innamoramento è stato subitaneo. Nessun momento di dubbio. Ho avuto molte soddisfazioni. Anche quando racconto di aver incontrato Jimi Hendrix, Frank Zappa, Muddy Waters, Led Zeppelin o gli Who e di averli fotografati, i giovani che ascoltano i miei racconti e vedono le foto strabuzzano gli occhi! Nascono aneddoti, incontri e la scintilla dell’interesse che è la base del blues. Purtroppo viviamo in periodi in cui i mass media parlano poco di blues. Se la gente lo conoscesse di più, probabilmente perderebbe meno tempo a guardare le liti in casa del Grande Fratello. Sarebbe un modo per fare più cultura ed educazione musicale. Sapere cosa c’è stato nel passato serve sempre per migliorare la propria conoscenza del presente.

Hai mai scritto un libro con tutti i tuoi racconti, aneddoti o esperienze?
No. Ho solo scritto due libri che parlano di blues, ma sono una semplice raccolta di schede biografiche. Un libro? Ci penso da dieci anni. Vedo che ormai tutti scrivono dei libri e, visto che sono abituato ad andare in contro-tendenza, aspetto che gli altri smettano per farne uno io. Con tanto di foto che stanno ora facendo parte di una mostra in giro per assessorati, biblioteche, scuole. Sono foto di grandi artisti e di persone che ho incontrato. Verrebbe fuori una autobiografia interessante. Sono stato poco fortunato: ho iniziato a fare blues quando in Italia andava la canzone politica, il prog, il pop e suonare blues non è stato facile. I giornalisti non scrivevano una riga su questa nuova realtà. Le radio e le tv si disinteressavano completamente. Poi sono stato un dj di blues a Radio Popolare. E alla fine mi considero comunque fortunato perchè sto raccogliendo molto ora. Se mi avessero chiesto agli inizi se ci sarei stato tra 35 anni a suonare blues in giro, avrei risposto di no. Si vede che lassù qualcuno mi ama e mi dà ispirazione. Chi ama il blues, prima o poi viene riamato. Il blues salva. Ha salvato Clapton, Ray Charles. Il blues è una storia difficile da raccontare perchè talmente bella. Stori di gente che lavorava duramente di giorno e andava a suonare la sera nei locali per pochi dollari. Il blues è una storia che si rinnova giorno dopo giorno. Ci sono cantanti sconosciuti e sono proprio quelli cui voglio tributare con il mio omaggio.

Una curiosità: come mai ti chiamano il “puma di Lambrate”?
Perchè una trentina di anni fa era atteso a Milano John Mayall, che veniva soprannominato “il leone di Manchester”. Un giornalista ironizzò ricordando che però a Milano avevano il “puma di Lambrate”. Io. Da allora, mi è rimasto. Molti mi conoscono con questo nomignolo e mi salutano per strada non chiamandomi più per nome! Però è un epiteto talmente bello che si è diffusa questa mania: ecco la “faina di Melegnano”, il “totano di Bresso”, il “bradipo di Vigliano Biellese”. E molti dei fans mi scrivono con il loro nomignolo animalesco! Lo sai che c’è un Fans Club, nato per scherzo a Savona? E dopo due anni ci sono già 500 iscritti. Non sarà molto ma è un community che non è Facebook o qualcosa di emulato. Ma un’unione di persone che amano il blues e comunicano. Il blues è amicizia, solidarietà. Non è competizione. Non c’è bisogno di vincere per affermarsi. Bisogna avere passione, tenacia ed essere persone per bene. Il blues è musica semplice e genuina che se la fai con il cuore ci sarà sempre gente disposta ad apprezzarti e ad applaudirti. Non è far soldi o essere circondati da gente che ti dice di sì.

Hai un progetto per il tuo futuro prossimo?
Fare concerti. Bene. E sperare che questi live possano dare belle incisioni creando un album dal vivo per ringraziare tutti quelli che ci vengono ad scoltare. Sono un indipendente, i dischi me li studio, me li pago, me li coltivo. Chi fa da sé, fa per Treves, è il mio motto. Per il libro, ci tengo ancora di più. Perchè i giovani imparano sì molto dal disco, ma soprattutto attraverso racconti e immagini. Mi piace parlare del contesto socio-culturale dell’epoca. E’ importante aprire la mente alle novità e ai cambiamenti.

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