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“Eugenio Finardi Electric Tour 2011” è il nome della sua nuova tourneè che si è aperta il 28 gennaio a Torino. Che cosa proporrà in questo viaggio musicale?
Come dice il nome stesso, sarà un tour molto rock in cui realizzo un sogno: una rock band con tre chitarre, tastiere, basso e batteria. Formazione che non ho mai avuto prima. Ero sempre stato più incline a gruppi fusion o virati verso il jazz.

E come mai questa decisone?
Stranamente è venuta mixando un dvd uscito in questi giorni “Il cantante al microfono”, progetto dedicato al poeta russo Vladimir Visozky nonché iniziativa di musica classica contemporanea. Suono col gruppo “Sentieri Selvaggi”, un ensemble prestigiosissimo di musicisti classici che comprende molti del Teatro alla Scala di Milano e che ha l’impatto e la potenza del rock più intelligente. Per la legge degli opposti, facendo musica classica ho voluto tirare fuori il rock.

In merito a Vladimir Vysotsky, contestato in Russia ma amato come musicista…
C’è stato un periodo nell’Unione Sovietica in cui tutti i sogni erano esauriti e non c’era più la pretesa di avere nemmeno una giustificazione morale e ideale. C’era stagnazione e oppressione totalitaria. Vysotsky era un poeta ribelle e cresciuto nella Germania dell’est, molto proiettato verso la musica occidentale. Amava molto il suo popolo che era tutta l’Unione Sovietica. Scriveva poesie, ma non gliele pubblicavano; era un attore, ma gli davano solo parti marginali, se non al Teatro Taganka dove fece un Amleto che rimase nella storia. L’unica cosa che gli restava da fare era scrivere, dicono, ben 555 canzoni in cui cantò qualsiasi cosa, anche situazioni che non ha mai vissuto come i gulag o la guerra. Ma con una tale passione e intuizioni delle emozioni che tutti si riconoscevano nelle sue testi. Negli anni ’70 molti giornalisti andavano in Russia a cercare di recuperare le cassette di Vysotsky che puntualmente venivano sequestrate dai miliziani alla frontiera i quali se le ascoltavano di nascosto. La contraddizione. Il giorno che faranno un film su Vysotsky, entrerà nella leggenda.

E che cosa ha provato lei a interpretare queste canzoni?
Mi ha dato un’energia fortissima e tanto coraggio. Il mio libro che è appena uscito si intitola “Spostare l’orizzonte” che prende il titolo proprio da una canzone di Vysotsky in cui lui dice di cercare il punto estremo e di varcarlo. E’ la cosa più bella da dire a un essere umano: trova una nuova via.

Infatti “Spostare l’orizzonte” è proprio il titolo del suo nuovo libro. “Come sopravvivere a 40 anni di Rock”…
Volevo scrivere “Per sopravvivere a 40 anni di rock”, ma poi sembrava troppo un manuale…

E’ riuscito a spostare l’orizzonte?
Certo! Negli ultimi 10 anni ho fatto le cose più impensabili: un disco di fado, uno di musica sacra e un altro di blues, che sognavo da 40 anni. Carlo Boccadoro, ad esempio, ha sentito “Anima blues” e mi ha fatto fare un album di musica classica contemporanea. Poi Paola Fre, una dei musicisti di Sentieri Selvaggi mi ha fatto realizzare un altro disco di musica classica insieme a un ensemble scaligero. Da lì sono arrivato per due volte sul palco del Teatro alla Scala. I miei orizzonti si sono estremamente allargati in questi anni perchè ho deciso di lasciarmi andare alla corrente del destino musicale più che della carriera o del successo. Un grande rischio ma a metà del precipizio mi sono reso conto che potevo volare!

E come mai ha usato la parola “sopravvivere”?
Perchè non è una vita facile. So che si può pensare che i lavori usuranti siano l’operaio, il poliziotto o il vigile del fuoco. Ma vi assicuro che essere anche un personaggio pubblico conosciuto nel quale la gente investe tanto per 40 anni è emotivamente usurante e intenso. Almeno per me. Io non faccio finta. Sento la gente. Mi arrivano delle lettere e vivo emozioni fortissime. Ho una figlia disabile e da 28 anni vivo il mondo della solidarietà in maniera molto intensa.

Tornando alla musica, se dovesse dare un nome di un genere musicale alla sua anima?
L’anima è blues. Se prendo in mano una chitarra è la prima cosa che faccio. Poi è ovvio che c’è la sua inclinazione bianca elettrica che è il rock. Ma un rock comunque a matrice blues. Io sono metà italiano e metà americano perciò quando canto in inglese faccio un genere, quando canto in italiano uso armonie diverse e maggiori. “Musica ribelle” o “Extraterrestre” sono indubbiamente canzoni rock ma non la traduzione di qualcosa che si faceva in quel momento in America o in Inghilterra. E ne vado fiero. Hanno una metrica italiana e strumenti come il mandolino elettrico. Nascono da una tradizione italiana.

E cosa si prova a cantare, dopo diversi anni, brani che sono entrati nella storia della musica italiana?
E’ una sensazione strana. Diventare classici mentre si è ancora vivi… Sta succedendo a tutti i miei “colleghi”. Chi l’avrebbe mai detto 40 anni fa che ad oggi saremmo stati ancora qui. All’epoca c’erano canzoni completamente differenti.

Negli anni ’70 la musica era molto legata alla politica, all’ideologia e alla contestazione. Ad oggi questo legame si è un po’ affievolito. Potrebbe essere auspicabile un ritorno?
Ci vorrebbe un nuovo ideale altrettanto forte. Siamo in un’epoca in cui le ideologie sono crollate e quella unica del mercato non sta creando felicità. Stiamo vivendo in un ciclo di delusione. Tutti parlano di crisi economica ma io credo che i soldi ormai siano l’unica misura di valore, l’unico presupposto per la felicità. Il denaro ci sta derubando di tutte le vere ricchezze quali non avere il cielo inquinato, vivere in sicurezza, essere sereni, non avere ansie di scadenze ecc. Abbiamo creato un mondo difficile, duro, violento, incattivito. Contrario ai sogni degli anni ’70. Erano sogni di egualitarismo. L’idea marxista dell’eliminazione della proprietà privata era irrealizzabile. E anche l’idea che la proprietà privata sia di pochissimi e che tutti gli altri abbiano nulla è altrettanto stupido. Noi doveremmo misurare non PIL ma il PIF, il Prodotto Interno di Feicità. Allora forse quella sarebbe la vera richezza.

Guardando al panorama attuale, a questo vuoto e a questa sterilità culturale, e alla difficoltà di fare musica, un artista come può sopravvivere se ha un ideale che va al di là del successo o del diventare una celebrità?
Facendo musica. Facendo arte. Essere un cantante ed essere un cantante famoso sono due cose diverse. La fama ha anche il suo aspetto negativo, soprattutto per le donne. Essere sempre guardato e sempre riconosciuto succhia un pochino di anima. E quando lo fai davanti a tanti è faticoso. E’ una vita molto diversa in cui quello che sei non è sempre percepito e gli altri proiettano su di te quello che loro cercano. Mina, Noa, Amalia Rodriguez o comunque grandi artisti in generale trovano nutrimento nella propria arte di cui godono, non nella fama. La fama ti dà un nutrimento che non sazia mai, è artificiale. Come bere birra per dissetarsi, non funziona! Io adoro il palco, ma non esattamente il momento dello spettacolo, ma quello della creazione e della prova dove sviluppi le cose, sei da solo e solamente la musica conta. O quando fai musica classica e studio sul rigo. C’è la gioia pura di questo lavoro. Quando questo lavoro è fatto con passione, come tutte le cose, non può che portare al successo.

E un sogno che vorrebe realizzare?
Tantissimi. Anche se uno l’ho appena realizzato: il poter suonare al Teatro La Scala di Milano. Per ben due volte. Mi piacerebbe andare al Festival di Montreaux, fare l’Olympia di Parigi. Mi piacerebbe recitare e che qualcuno mi desse una parte in un film. Staremo a vedere!

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