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Ciao Peter! Allora, parlaci del vostro ultimo lavoro “Beat The Devil’s Tattoo”. Come nasce?
Eravamo andati a Philadelphia e ci siamo rimasti per circa sei mesi. Abbiamo lavorato tutti insieme per la realizzazione di questo disco. Disco del quale abbiamo registrato, in quattro giorni, basso e batteria nello studio di Los Angeles per poi ritornare a Philadelphia e incidere le parti vocali e tutto il resto. La cosa più importante era entrare in sintonia con la nostra batterista che è nuova. E’ stato bello.

E com’è nata l’idea di questo album?
Il titlolo fu l’ultima cosa ad arrivare. Abbiamo pazientato fino agli ultimi giorni, poi a Robert è venuta l’idea di ispirarci al racconto di Edgar Allan Poe dal titolo “The Devil In The Belfry”. L’ha proposta e si è guardato attorno per vedere cosa ne pensavamo. Siamo stati tutti d’accordo. Era un’idea originale. Per quanto riguarda i testi, anche questi sono stati scritti per ultimi. Abbiamo cercato di fare un punto della situazione prima, ma credo che le parole non vadano forzate altrimenti la creazione di un album non funziona. Perciò ci siamo dati prima alle musiche. Non riuscirei nemmeno a immaginare di pianificare a tavolino i testi 16 canzoni.

Come stanno andando le cose con la vostra nuova batterista Leah Shapiro?
Ah ah! Manteniamo la distanza che vedi qui! (ride) L’abbiamo vista suonare in una delle migliori band californiane. Io e Robert ci siamo trovati immediatamente d’accordo a chiederle di seguirci. Infatti, questo album lo abbiamo scritto e creato con lei, insieme. E’ nato come una jam session in cui lei entrava con la batteria e improvvisava liberamente. Eravamo contenti di lei e non ci siamo mai sentiti così fortunati nel vedere che la musica nasceva spontanea. Non è così scontato.

Pensi che sia cambiato qualcosa nel vostro modo di fare musica dagli inizi a oggi?
C’è sempre stata la preoccupazione di proporre le stesse cose. E’ un rischio che non vogliamo correre. Ma alla fine, nulla è cambiato. Siamo sempre chitarra, basso e batteria. E registriamo sempre allo stesso modo e negli stessi posti. E usiamo sempre anche gli stessi microfoni! (ride) Assolutamente!

E per quanto riguarda le canzoni?
I testi contiuano a venire spontaneamente quando ne hanno voglia! Sei sei fortunato, le parole arrivano insieme alla musica. E’ impensabile forzare i tempi, sedersi e scrivere senza ispirazione. Ci abbiamo provato. Ma non ha funzionato.

Ascoltandovi ho sentito qualcosa delle armonie dei Velvet Underground. Se è vero, in che modo loro hanno influenzato la vostra musica?
Il mio album preferito dei Velvet Underground è “Velvet Underground”, più acustico e tranquillo. Certamente questo storico gruppo ci ha influenzato, anche se non ci siamo proposti deliberatamente di prendere spunto da quelle sonorità. C’è una sorta di melodia ipnotica nelle loro canzoni, anche se proveniamo da due contesti sociali e musicali completamente diversi. Li ho sempre apprezzati. E c’è qualcosa della musica di John Cale che ci ha sempre affascinato e che ci è entrata nelle orecchie e nel cervello.

E quali sono stati i gruppi che più vi hanno influenzato?
Verve, Bride, Johnny Cash, Jimi Hendrix, Hank Williams, Bob Dylan, Jesus and Mary Chain.

Ma cosa rappresenta per te il rock ‘n’ roll?
Assolutamente un’idea di libertà. Ha nulla a che fare con ciò che la gente è o cerca di essere. E’ l’idea in sé. E’ una sorta di speranza che è ancora lì e non se ne va.

Ma quando il rock’n’roll diventa un lavoro, rischia di perdere parte della sua bellezza?
Credo che la bellezza sia nel lavoro (ride). Il lavoro può essere preso in molti modi ma rimane un dovere. E lavorando io divento libero.

E un sogno o un progetto da realizzare nel futuro?
Sì, certo che ce l’ho! (ride)

E qual è, se posso saperlo?
Vivere bene!

Ultima domanda: hai mai pensato di collaborare con qualcuno?
Certo. Con i Denmark, gruppo musicale tedesco. Purtroppo non hanno neanche i soldi per mixare il loro album e stanno ancora finendo di registrarlo. Finora le mie uniche collaborazioni sono state nel mixaggio finale dei brani. Brani scritti da altri, ovviamente. Qualcuno, a volte, si è presentato per chiedere di lavorare insieme. Ma la cosa non mi interessa particolarmente. E non è una situazione che va forzata. Se succede, succede. Sono comunque contento se posso essere utile a qualche gruppo.

Perciò non ti aspetti nulla?
Sono contento di quello che sono. Non cerco nessuno.

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