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Ciao Simone! Cosa mi dici del tuo ultimo lavoro “Grand Hotel Cristicchi”? Soprattutto com’è nato e come mai la scelta di questo titolo?
“Grand Hotel Cristicchi” è il mio terzo album. Viene dopo tre anni dal secondo, un periodo piuttosto lungo in cui sono successe molte cose nella mia vita privata e non. La nascita di mio figlio, l’impegno sul fronte della produzione di documentari, la realizzazione di spettacoli teatrali e concerti di musica popolare. Tanti live che mi hanno portato lontano da casa. Di conseguenza, le canzoni sono nate proprio nelle camere d’albergo dove mi son trovato a passare. Un album scritto on the road, in questi luoghi che somigliano a noi solo per il fatto che siamo noi a dar loro un’identità. La camera d’albergo è, quindi, diventata un simbolo per questo disco. Un modo per tirare fuori quello che c’era dentro alla valigia dopo tre anni di assenza dalla discografia. Ogni canzone è diventata una camera, un non luogo del disco, un lavoro molto variegato che raccoglie tutto quello che ho trovato per la strada in modo casuale. Dodici storie più due ghost tracks. E ci sono dentro anche tutte le collaborazioni che ho avuto in questi anni: dal Coro dei Minatori di Santa Fiora, gruppo di musica popolare toscano, ai New Quartet coi quali sono attualmente in tour, quartetto di musicisti genovesi. Il titolo del disco è un po’ pomposo, nonostante sia un disco non molto elegante. E’ il disco più rock che ho fatto, a tratti quasi punk. Ma, nello stesso tempo, ci sono anche momenti meno ironici e meno scanzonati, come “L’ultimo Walzer”, brano col quale racconto la storia d’amore tra due anziani e che, quest’anno, ha vinto il Premio Mogol come migior testo.

Sei andato al Festival di Sanremo con la canzone “Meno Male”. Pensavi di ottenere un riscontro diverso da quello che hai ottenuto?
Sinceramente sono andato per divertirmi con qualcosa di nuovo, perchè molta gente si era affezionata al Simone Cristicchi che aveva vinto nel 2007 con “Ti Regalerò Una Rosa”, canzone che credo essere la più bella che io abbia mai scritto. Mi andava di presentare questo nuovo album con una veste inedita, con brani in cui c’è leggerezza e orecchiabilità. Ma con un pizzico di pepe nel testo della canzone che non fa mai male. Quindi non mi aspettavo niente da questa mia partecipazione al Festival, se non divertirmi a suonare con l’orchestra e ritornare con un brano carico di energia.

Il tema di questa canzone è una denuncia della situazione italiana. Parli di terremotati ancora in vacanza, di telegiornali che si occupano principalmente di gossip, accenni al Papa e alla disinformazione. Ma per te l’Italia è solo questo?
No, assolutamente. Questa canzone fotografa un’impressione, una realtà, un’emozione. Nasce dalle letture e discorsi con gli amici. In questo caso, “Meno Male” nasce durante un pranzo con Frankie Hi Energy che ha co-firmato il pezzo. Si parlava del fatto che proprio in quel periodo Carla Bruni era un po’ su tutti i giornali e ci è sembrato di poterla incoronare “regina del gossip” e dolcificante di una realtà più complessa. Ecco, Carla Bruni è un buon digestivo, come ce ne sono tanti altri, naturalmente, che aiutano a dimenticare le contingenze molto più dure. Come il terremoto dell’Aquila con la popolazione che si è rivoltata perchè non seguita dai media. La canzone è stata ispirata da un libro di Marco Travaglio che mi è capitato di leggere: “La scomparsa dei fatti”. Adotto molto spesso il metodo di parlare di qualcosa di serio ma in modo scanzonato. Un po’ come faceva il grande Rino Gaetano e che reputo un maestro in questo.

Una cosa bella dell’Italia?
Io amo questo paese, la sua tradizione, la mermoria che continua a resistere nonostante gli attacchi e nonostante si voglia cancellare spesso la nostra storia. Ed è proprio la storia quello che più mia piace dell’Italia e che cerco di mettere in luce con i miei spettacoli.

Il video di questo brano lo hai registrato a Londra. Come mai proprio Londra e non una città caotica come Milano o Roma?
Ho scelto Londra percè volevo dare il senso del non luogo, un posto privo di identità. Forse nemmeno si capisce che è girato a Londra. In Inghilterra c’è tutta un’altra informazione. I politici sono continuamente bersaglio di accuse e denunce da parte di critici e giornali e non possono permettersi di querelare i media. Mi piace questo aspetto in cui la stampa è libera.

I testi delle tue canzoni sono tendezialmente molto critici e polemici. Pensi che la musica possa essere un veicolo efficiente ed efficace per una rivoluzione culturale?
Non so se culturale. Ma bisogna vedere come lo si fa. Io uso un metodo col quale cerco di avvicinarmi al grande pubblico e non mi vergogno di questo. Esprimo i miei punti di vista, in questo momento storico, e mi sento un privilegiato perchè è una grande opportunità. Ci sono tante persone che condividono questa cosa. Per esempio, “Genova Brucia”, che ho scritto nel 2002, non mi è stato mai permesso di pubblicarla. Ma girava in Internet, la suonavo nei concerti. Poi è stata registrata. E’ come se si fosse risvegliato un qualcosa nelle coscienze della gente. Alla base c’è una voglia di ricordare: questa sento essere la mia piccola missione. La memoria è politica.

Dal 1998 ad oggi hai conseguito tantissimi premi. Ma ce n’è uno in partcolare cui ambisci più di ogni altra cosa?
L’unico rimasto è il Premio Tenco come miglior album. L’avevo vinto nel 2007 come miglior album d’esordio. Anche se, comunque, sento già di aver riscosso un successo e un’approvazione da parte della critica. Per esempio, a Sanremo, la critica è rimasta un po’ spiazzata dal brano “Meno Male”, nonostante fosse proprio un pezzo che andava in difesa del lavoro che fanno loro. Non è stata capita da chi doveva capirla. Detto questo, continuo a fare i miei quattro tour contemporaneamente, ognuno diverso dall’altro: con i New Quartet, con la band, con il Coro dei Minatori e con un monologo, in romanesco e in ottava rima, dove sono da solo sul palco che racconto la storia della guerra di Russia tra il ’41 e il ’43, la famosa ritirata dal Don.

Come mai hai avuto bisogno di creare un alter ego, Rufus?
Questo è accaduto tanto tempo fa, per scherzo. Ho un repertorio molto schizofrenico. “Meno Male” e “Ti Regalerò Una Rosa” sono due mondi completamente opposti. L’alter ego è stato per me un modo per dare sfogo a quella linea di scrittura più diretta, antipatica, spocchiosa. Gli ho voluto dare un nome, Rufus, fino a quando non ho fatto pace con l’altra mia parte, riunendole e facendo uscire il mio primo disco.

Progetti per il futuro?
Assolutamente il monologo con cui debutterò a novembre, sotto la regia di Alessandro Benvenuti. Questo è l’impegno per il prossimo anno, il mio debutto nel mondo del teatro e spero vada bene!

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