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Ciao Steve, benvenuto su Radio PNR. “Out of the Tunnel’s Mouth” nasce dopo una serie di importanti cambiamenti nella tua vita. Consideri questo album una rinascita o un’evoluzione naturale della tua carriera musicale?
In un certo senso è una sorta di “rinascita” perchè arriva dopo il mio divorzio, un grande cambiamento nella mia vita. E’ un disco che risente e riflette dei meccanismi psicologici di quella fase di transizione, piuttosto nervosa. Ma giunge fuori dal tunnel, non dimentichiamocelo.

Molti giornalisti, me compresa, considerano questo tuo ultimo lavoro come uno dei migliori della tua carriera musicale. Cosa ne pensi?
Potrebbe essere! Soprattutto perchè l’ho scritto insieme alla mia compagna Jo Lehmann. Sicuramente il periodo travagliato che ho trascorso ha influito sul suo risultato. Lei stessa mi disse, una volta terminato: “Credo che piacerà molto, perchè tu parli alle donne con queste tue canzoni”. Perchè non è un album tendenzialmente progressive. E’ un album di canzoni, spesso romantiche. Non ci sono maschere, è una estensione naturale della mia vita.

Nell’immagine di copertina ci sei tu, in viaggio. Ma dove stai andando e da dove vieni?
Beh, nessuno, me compreso, sa dove realmente sta andando. Ma è il viaggio il filo conduttore dei miei brani, quell’approccio allo spostamento che da molto tempo ho. Mi rendo conto che, a volte, parlo e scrivo molto di più dei luoghi che delle persone. E’ spesso un mistero la creazione di un album, anche per me. Quando riascolto le canzoni, anche a distanza di tempo, sento me stesso più che gli arrangiamenti, gli effetti o le melodie. La totalità di un brano, se funziona, può essere motivo di stupore per gli altri. Io non so distinguere perchè una canzone possa essere più magica di un’altra. Neanche i Beatles, credo, riuscirono a capire il perchè di molti dei loro successi. Ecco il viaggio.

Mi è piaciuta molto la seconda traccia del tuo disco. “Nomads” si chiama.
Ne sono felice. Stavo leggendo un libro di Charles De Lint “Mulengro” che parla di zingari che vivono in America. Mi piace la musica gitana che richiama qualcosa del flamenco. Non l’ho mai suonata molto perchè poco conoscevo di questa tradizione e della cultura di questo popolo. La storia ha dato alle loro canzoni una sorta di contesto. E tutto ciò mi ha molto affascinato. A parlare dei gitani è stata anche la mia compagna, di ritorno da un viaggio nel sud della Spagna. Anche la canzone dei Doors “Spanish Caravan” mi ha influenzato in questo mio percorso di ricerca musicale. Ho cercato di usare la stessa energia nella sezione ritmica e nella chitarra elettrica. Il tutto su una linea progressive. Sembra di volare.

So che questo album è stato registrato a casa tua. E senza batterista. Come mai queste due scelte e com’è stato questo tipo di esperienza?
Il mio studio, che di solito utilizzavo, non lo potevo usare questa volta a causa dei problemi relativi al mio divorzio. Perciò la decisione di lavorare a casa. E registrare a casa, al proprio computer, anche se lo spazio è ridotto, ti costringe a tenere i volumi bassi. La cosa può apparire controproducente. Invece si è rivelata una risorsa. E’ difficile da spiegare. Ma, ad esempio, tenendo i bassi a un livello inferiore alla norma abbiamo ottenuto suoni più puliti e limpidi. E poi ognuno poteva lavorare per i fatti propri e portare il risultato in studio, pronto per essere direttamente mixato.

“Wolfwork” è il nome dell’etichetta dell’album. Lo stesso della canzone contenuta nel disco “Wild Orchids”. E’ voluto o un caso?
E’ stata una scelta. Perchè il lupo rappresenta la libertà. Come la chitarra, per me. Il lupo è una figura che si trova spesso nella mitologia ed è sinonimo anche di trasformazione. Più che la canzone, “Wolfwork” è riferito alla mia nuova etichetta e al tipo di musica che faccio, sicuramente non commerciale o pop, nel senso di popolare.

Quando hai maturato l’idea di avere Anthony Phillips come chitarrista in questo tuo nuovo album?
Compare in due canzoni, con la sua dodici corde: in “Emerald and Ash” e in “Sleepers”. In “Emerald and Ash” mi resi conto che mancava qualcosa, soprattutto nei cori. Perciò gli chiesi se voleva suonare la sua dodici corde all’interno del pezzo per completarlo. Accettò subito e fece la sua parte di chitarra nel migliore dei modi. Due dodici corde nello stesso tempo: un approccio decisamente alla Genesis dove più chitarre suonavano contemporaneamente la stessa cosa. L’effetto è quello di una melodia romantica che piace più alle donne. Infatti, devo capire perchè ai miei concerti ci sono più donne che uomini! Ma è ciò che ho sempre sperato accadesse. Dicevamo sempre: “Più note, meno donne allo show!”. Nei concerti progressive è solito vedere uomini. Mi piace pensare che sia possibile invertire la tendenza, anche alla mia età. Succede con la musica classica. Meno con il rock.

Ad aprile di quest’anno è uscito un disco live contenente cinque canzoni registrate in Italia nella primavera del 2009. In quali città?
Genova, Pordenone, Schio e Roma. Le migliori performance di quella parte del tour. Nessuna elaborazione in studio. Tutto al naturale!

Ultima domanda: hai mai pensato di fare qualcosa con Phil Collins o Peter Gabriel?
Certo. Sono molto vicino a entrambi. A Peter Gabriel, che a volte ha usato miei testi per i suoi brani. Testi per i quali non ho assolutamente voluto i crediti. Ci influenziamo ancora molto a vicenda. Peter ha allontanato lo stile Genesis, perciò non interagiamo molto insieme. Abbiamo collaborato parecchio tempo fa. Per quanto riguarda Phil Collins, spero di lavorare di nuovo con lui un giorno. Al momento ha dei problemi fisici che gli impediscono di suonare la batteria. E’ un batterista eccellente. Ad ogni modo, entrambi continuano ad avere influenza su di me. Soprattutto i loro progetti solisti. Continuo a tenere le orecchie in ascolto.

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