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Ciao Massimo! E’ da poco uscita la tua biografia “Nessuna resa mai”, un viaggio all’interno della tua carriera musicale e alle tue emozioni legate ai tuoi vent’anni di rock. Cosa ti ha spinto verso l’importante decisione di pubblicare questo libro?
E’ una biografia che ha scritto un critico musicale, Matteo Strukul, ed edita da Meridiano Zero. Era una proposta che mi aveva fatto l’anno scorso in occasione del concerto per il mio ventennale al Rolling Stones da cui abbiamo poi tratto l’album e il dvd usciti contemporaneamente al libro. E’ stato stimolante. Io, solitamente, non amo le biografie dei musicisti, ma il taglio che questo giornalista ha deciso di dargli mi è ha entusiasmato. Sono state una serie di sedute di autanalisi, capitolo per capitolo, album per album, anno dopo anno. So che alla mia gente è piaciuto molto, quindi significa che il lavoro è stato fatto bene.

E se guardi indietro a questi vent’anni, hai qualche rimpianto?
Mah, rimpianto forse non è il termine giusto, non è una parola che mi piace usare. Vedo delle cose giuste e degli errori fatti. E’ naturale che accada. Ci sono delle cose che se mi ritrovassi a distanza di tempo gestirei in maniera diversa. Ma nel momento in cui le facevo era quello che mi sentivo di fare. La sincerità è una chiave per me fondamentale non solo nella musica, ma nella vita. Quindi non c’è alcun rimpianto.

Percio senti che ciò che volevi raggiungere e che ti eri prefissato l’hai ottenuto?
Ho avuto album che han scalato classifiche e altri album molto di nicchia di cui se ne sono accorti in pochi. I lavori più recenti sono andati bene. L’ultimo, per esempio, è andato in classifica. Tutto questo ragionando in termini strettamente commerciali, ma sono termini che mi sono sempre interessati poco. Credo che la chiave di quello che uno fa sia legata al valore di difesa della verità in cui crede. E questo si traduce nella musica che fai. Che poi ci siano concerti da migliaia di persone o da centinaia, questo, secondo me, cambia poco. Non credo sia il termine giusto per giudicare quello che uno fa. Perciò, automaticamente, tutto quello che è accaduto è stato quello che doveva accadere.

Quindi, questo libro potrebbe essere un punto d’arrivo, un punto della situazione o un punto per una nuova partenza?
Il libro, ma anche l’album, sono evidentemente una chiusura del cerchio. Come se timbrassi vent’anni di viaggio della mia storia musicale che ha attraversato la mia vita e quello che accadeva fuori dalla finestra della mia stanza. E’ un momento di chiusura e, probabilmente, di un nuovo inizio. E quello che succederà dopo è nella mia testa, ma non ancora ben definito. Inoltre, andremo a chiudere questo viaggio con un concerto evento all’Auditorium di Milano il 20 di novembre. Caleremo il sipario su questo percorso iniziato poco più di un anno fa al Rolling Stones di Milano. Poi vedremo cosa accadrà dopo.

Ci puoi raccontare, in due parole, un aneddoto, un passaggio o un’immagine a te particolarmente cari che hai messo all’interno di questo libro?
Ci sono tante cose scavando dentro vent’anni: momenti di grande felicità, momenti di grande forza e momenti di difficoltà. Momenti divertenti, momenti assurdi. C’è tutto dentro. Un ricordo recente riguarda il legame molto forte con l’associazione “L’Aquila per la vita”, onlus che ha preso la mia canzone “Dolce resistenza” come brano simbolo della loro associazione. Ho fatto un concerto per loro un mese fa a L’Aquila. E’ stata un’emozione speciale, gente splendida cui sono molto legato in questo momento, come sono legato in generale a chi difende le cose in cui crede e lavora quotidianamente cercando di salvare una saldezza di valori. E’ un ricordo che compare all’interno del mio libro, in cui segnalo una mail che mi era arrivata da loro e che riporto con piacere tra le mie pagine.

Cambio argomento. “Nessuna resa mai” è anche il titolo del tuo secondo album che è stato prodotto da Little Steven chitarrista di Bruce Springsteen. Com’è nato e come te lo sei vissuto questo connubio artistico?
Questa cosa nacque vent’anni fa. Io ebbi la fortuna, il piacere e l’onore di dividere un pezzo di strada con Steven Van Zandt. Credo sia rimasta l’unica produzione europea che lui ha fatto, comunque credo una delle poche. La cosa nacque in modo molto naturale per quell’album che andò benissimo in Italia e non solo. Io non ero contento della produzione e del taglio che stava prendendo il disco. All’epoca, ero molto amico di un grande fotografo musicale che è Guido Harari. Guido era molto amico di Steven e, quindi, creò questo contatto tra di noi. Io gli spedii la pre-produzione di quell’album. Steven mi chiamò e da lì incominciammo a lavorare insieme. Tre mesi grande energia, scambio emotivio condivisione e di modo di intendere la vita. Ho un ricordo bellissimo. Poi con Steven ovviamente ci siamo visti tante altre volte nel corso degli anni. Soprattutto recentemente quando è tornato in Italia con Bruce. E’ sempre rimasto un grande affetto e una grande amicizia, un rapporto che non ha bisogno di frequentazioni assidue, che si sedimenta dentro di te e che ogni tanto viene fuori. Ed è bello che ci sia.

Oltre a Springsteen, altre ispirazioni musicali di gioventù?
Dylan, assolutamente. Il primo grande amore della mia vita. Ho iniziato a suonare da ragazzino, nella seconda metà degli anni Settanta, col desiderio di imparare le canzoni di Dylan. Questo fu il mio primo grande amore, al quale ne seguirono tanti altri: Neil Young, Van Morrison, Rolling Stones. Ma Dylan fu la causa scatenante. Quello che volevo fare da ragazzino poi era imparare le sue canzoni e andarle a suonare per le strade. Questo era il mio sogno. Cosa che mi ritrovai anche a fare, vivendo nelle stazioni, nelle metropolitane e girando l’Europa in questo modo. Era una mia necessità.

Torno al live del Rolling Stones dell’aprile 2009: come te lo sei vissuto e cosa ha rappresentato per te?
Venivamo da tanti concerti, sia elettrici che acustici. Dopo il Rolling Stones abbiamo fatto diverse altre cose. Attorno all’album e al libro ci sono state circa una trentina di date tra concerti e presentazioni. Ma quel live fu spoeciale perchè c’era un’emozione molto forte. Chiudevamo quel posto, credo che il mio fosse uno delle ultime esibizioni in un luogo simbolo del rock e della musica d’autore a Milano e non solo. Quando ero venuto a vivere a Milano, c’era il mito di quel locale. Ho suonato in quasi tutti i teatri e locali della città. Ma il caso ha voluto che non avessi mai suonato lì, in un posto dove da ragazzo, partendo dal Veneto, andavo a vedere i concerti di autori americani che magari facevano un’unica data proprio lì. In quella serata, ci sono stati un flusso emotivo e un’energia molto forte con la gente che è venta quella sera. Loro sanno che quando faccio un concerto, alla fine do tutto quello che ho. E questo, fortunatamente, molte volte fa la differenza. Sanno che finisco con dentro ancora dell’energia da dare. Quello fu un esempio molto forte di quello che succede nei miei live. Lo ricordo con grande amore, con grande commozione perchè è stato un concerto che ha alternato fasi di grande energia elettrica a fasi molto acustiche. Cercheremo di ripetere l’esperienza all’Auditorium di Milano, anche se sicuramente sarà una dimensione diversa perchè un teatro prevede un altro tipo di scambio con la gente.

Nel cd ci sono anche tre inediti: “Vivere”, “Splenda il sole” e “lettera al figlio”. A che cosa ti sei ispirato?
Sono canzoni diverse in termini di costruzione di testi. Per esempio, “Lettera al figlio” è ispirata alla poesia di Kipling “If”. Hanno tutte un filo conduttore che io chiamo dell’”umana resistenza”, che lega molte delle canzoni che io scrivo, sia che parlino di strada o di storie, sia di solitudini forti che sono un tratto importante del mio modo di comporre. Infatti, credo che la mia gente possa ritrovarsi in dimensioni musicalmente diverse: “Vivere” è un pezzo molto in tiro, mentre “Lettera al figlio” è una ballata molto larga e “Splenda il sole” ha un sapore quasi etnico, un mood che uso abbastanza raramente. Quest’ultimo è un brano dedicato alla memoria di un mite resistente che fu Alexander Langer negli anni Novanta, una persona che spese molta della sua vita con la parte più debole del mondo. Con le mie canzoni cerco proprio di dare voce a chi voce più non ne ha o ne ha poca.

Nel 1992, ti sei laureato in Storia Contemporanea. Pensi che questo tuo percorso di studi abbia, in qualche modo, influenzato la composizione dei tuoi testi?
Non tanto la laurea in se stessa quanto l’amore per la storia che ho sempre avuto dentro di me. Soprattutto per le mie radici venete e perchè mi è sempre piaciuto viaggiare dentro alla memoria. Tutto questo è poi sfociato in una laurea che è stata una delle cose belle della mia vita ma che, chiaramente, non è mai servita da un punto di vista professionale. L’amore per la storia mi aiuta a dare un senso alle cose che accadono nel presente con un’ottica legata allo scorrere del tempo.

Due ultime domande secche: che cos’è per te il rock e che cos’è per te la strada?
Il rock aveva una valenza non soltanto musicale ma come contenuto di liberazione interiore e condivisione di un modo di stare al mondo che, chiaramente, in questi ultimi anni si è più o meno perso. Ci rimane soprattutto un bisogno di usare un certo tipo di linguaggio perchè introduce meglio quello che sei. Il rock, perciò, rimane per me la cosa più importante. E’ il mio modo di raccontarmi. Rimane il mio linguaggio, perciò io rimango un rocker. Ahimè, credo però abbia perso quel valore sociale che ha avuto in una certa fase della storia della musica. La strada è vissuta in termini di modo di stare al mondo, quella dimensione che ti permette di rimanere un solitario quale sono ma, nello stesso tempo, di vedere quello che accade intorno, di incontrare altra gente con la quale decidere, in quel momento, di condividere quello che sei. Inizialmente, chi crea, crea in solitudine: la creazione, infatti, è un atto solitario. Dopodichè emerge il desiderio di condivisione, di comunicazione. Vedere se agli altri piace e dà emozione. Quindi la strada diventa il modo in cui tu comunichi ciò che sei, la tua solitudine, in senso nobile. Ma è poi il modo per incontrare gli altri. Come quando da ragazzo mi fermavo a un angolo della strada, prendevo una chitarra e suonavo per la gente che passava. Davo quello che io ero: un menestrello solitario. C’era magia. C’era emozione.

E come ha fatto a sposarsi questo tuo essere solitario e malinconico con il music business?
Non sono malinconico, non nei termini che si usano oggi..

Intendo malinconia in termini di amore per la vita..
Infatti non si è mai conciliato, il problema è proprio questo! Sin dall’inizio questa cosa ha vissuto grandi momenti di conflittualità.

Per te è stato un problema?
E’ un problena nel momento in cui sei te stesso e automaticamente non vai d’accordo con certe situazioni. Non penso che il successo in sé sia un valore. Anche se comunque devi piegarti a delle logiche commerciali. Cosa che tendenzialmente non ho fatto. Non certo per una forma di eroismo. Se faccio dischi da ventun’anni con undici dischi all’attivo vuol dire che il mio viaggio l’ho fatto. E non breve. Fortunatamente c’è stata e c’è molta gente che mi affianca in questo viaggio e fa la stessa strada che faccio io.

Un messaggio per i nostri ascoltatori..
Mi piace molto il fatto che ci sia gente che riesce ad ascoltare interviste che non siano le solite stupiudaggini o cazzeggio ritmico com’è spesso la radio oggi. Quindi non posso che ringraziare coloro che hanno ascoltato questo piccolo viaggio che abbiamo fatto. Un grazie e un abbraccio. E un invito a vederci a un mio concerto.

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