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Ciao Giovanni! Il tuo ultimo lavoro in studio è stato “Evolution”, un album che ti ha visto per la prima volta unito a un’orchestra sinfonica, quella dei “Virtuosi Italiani”. Da giugno 2008 sono state vendute più di duemila copie. Come pensi sia stato accolto dal tuo pubblico questo cambio di registro?
Devo dire assolutamente in modo favorevole. Nella vita artistica è necessaria una coerenza di fondo. Ma anche dei cambiamenti, appunto delle evoluzioni. Infatti era inevitabile che la mia attività compositiva si spostasse, a un certo punto, dal pianoforte solo all’orchestra sinfonica. Per fortuna il pubblico, che mi vuole tanto bene, ha recepito questa mia voglia di spaziare! 

In una tua dichiarazione passata hai detto che “l’artista deve uscire dalla torre d’avorio e avvicinarsi al sentire comune”. Ma cosa rappresenta per te la “torre d’avorio”?
Mi piace commentare che io, in genere, non emetto dichiarazioni. Le sussurro! Perciò chi ascolta, se vuole recepire, lo fa. Non ho un atteggiamento perentorio nei confronti di nessuno. Per torre d’avorio intendo le gabbie, i dettami dell’accademismo. Infatti, io sono cresciuto all’interno del mondo accademico musicale. Nei miei 10 anni di studio di piano classico e altrettanti dello studio della composizione, ho recepito una quantità impressionante di regole che vengono vissute come “dictat” e che non possono in nessun modo essere messe in discussione. Almeno finchè sei lì dentro, dentro la cosiddetta “torre d’avorio”, dove è importante il giudizio condiviso di pochi addetti ai lavori. E’ venuto il tempo, per me, di spalancare le finestre della torre affinchè la musica torni a dialogare con la gente, con il sentire comune, perchè ogni epoca ha diritto alla propria musica. Questo è il mio manifesto artistico. Non so se ci sono riuscito o se ci sto riuscendo ma è quello che sento fortemente di voler fare.

Nel 1998 ti sei laureato in Filosofia. In che modo la Filosofia ha influenzato la tua musica?
In maniera assolutamente fondamentale. E’ stato importante l’incontro col pensiero del grande filosofo Hegel il quale mette in evidenza che esiste uno spirito del tempo continuamente in evoluzione. L’arte e la musica, quindi, sono una manifestazione dello spirito del tempo. Ci sarà sempre una musica nuova che parlerà del nostro presente. Perciò, provo una particolare gioia a scrivere una musica che possa, in un certo senso, essere una manifestazione di questa nostra contemporaneità. Grazie alla musica, ho il coraggio di affermare la bellezza dell’oggi. Infatti, tutta la mia musica è un inno al presente. Il passato va benissimo, però stiamo vivendo “qui ed ora”.

La tua tesi è stata “Il vuoto nella fisica contemporanea”. Pensi ci sia stato un vuoto anche nella musica contemporanea che tu hai, in qualche modo, cercato di colmare?
Sicuramente c’è stato, ma per scelta. I compositori del Novecento erano davvero convinti che la musica fosse per pochi e non un linguaggio destinato a comunicare qualcosa a qualcuno, limitandosi solamente alla perfezione formale su una partitura. Per cui, il fatto che venisse apprezzata era assolutamente superfluo. Del resto, inevitabile. Dopo l’esperienza di Puccini e di Wagner cos’altro era possibile se non chiudersi in un isolamento alla ricerca della perfezione? Però questa fase ha fatto il suo corso. E’ meglio ora desiderare di emozionare, di emozionarsi così come facevano i grandi compositori dell’Ottocento.

Parli spesso della musica come una “strega capricciosa” che da sempre influenza e monopolizza la tua vita e per la quale hai fatto molti sacrifici. Ma qual è la cosa più azzardata che hai fatto per lei e cosa saresti disposto a fare, sempre per lei?
Sicuramente “scappare di casa” a 28 anni per inseguire il mio sogno musicale. A quell’età è tardi per fare queste cose. Io vivevo ad Ascoli Piceno e avevo veramente tutto: stavo con i miei genitori ed ero insegnante di musica. Stavo bene. Ma c’era quello che si chiama “il fuoco”, un richiamo di fronte al quale non ho potuto fare altro che scappare. E mi sono, perciò, ritrovato a vivere in un monolocale in centro a Milano e a fare il cameriere per arrivare alla fine del mese. Per la disperazione dei miei.

E quale follia faresti, invece, ora per la tua musica?
Esattamente quello che sto facendo, cioè dedicarle ogni secondo della mia vita, affrontare l’esperienza musicale con tutta la passione. Mi alzo dal pianoforte alla fine di un concerto stremato. Non so se sono stato bravo ma so sicuramente che ci ho messo l’anima, che mi sono spremuto, che mi faranno male le spalle e la schiena per tutta la notte, ma va bene così!

Come si sposano, per te, i tanti riconoscimenti che hai ottenuto, i premi vinti dal ’97 fino ad oggi con le critiche che, molto spesso, hai ricevuto?
Le critiche ricevute, secondo me, sono una grandissima attestazione dell’importanza di ciò che sto facendo. In un mio libro le avevo previste, prima ancora che scoppiassero. Ma non pensavo che in tempi così brevi avrei ottenuto il più grande dei riconoscimenti, cioè il “ribelle” che ha sovvertito l’ordine dell’accademia. E, devo dire, ne sono davvero onorato!

Recentemente hai incontrato gli studenti della Scuola Media Statale “Monteverdi” di Milano in un progetto per avvicinare gli alunni alle grandi personalità musicali. Cosa ne pensi di queste iniziative?
Penso che sia una grande opportunità per me: ha permesso di avvicinarmi al mondo giovanile. Loro sono avanti, sono il futuro, sono puri, sensibili, sognatori, vivono di emozioni, di poesia. Per me, perciò, è un’occasione importante poter condividere per un attimo tanta bellezza.

E pensi sia una bella opportunità anche per loro?
Non mi sono mai messo in cattedra e non ho mai avuto la pretesa di spiegare ad alcuno cosa deve fare. Io credo che ognuno di sé, giovane o adulto, abbia già dentro di sé la risposta alle proprie domande. Preferisco dare un esempio indiretto attraverso quello che sto facendo.

Ottimo esempio!
Beh, dipende dai punti di vista! (ride)

So che sei figlio di musicisti. In che modo questo ti ha influenzato?
Sicuramente mi hanno instradato alla musica classica. A casa c’erano solo dischi dei grandi compositori del passato. Mio padre ha sempre incarnato la figura del critico nei miei confronti. Perciò, sono cresciuto introiettando la figura paterna come un grande detrattore che è dentro di me e con il quale faccio sempre i conti. E’ stato importante avere i miei genitori accanto, ma è stato importante anche l’allontanamento. Non da un punto di vista affettivo, ma intellettuale perchè loro volevano che io seguissi la strada canonica e andassi avanti seguendo le regole dettate dal sistema accademico. Invece è andata così!

Cosa ti aspetti dal tuo futuro?
Sono una persona molto ansiosa. E quindi ho capito che gran parte delle mie ansie derivano da possibili aspettative verso il futuro o dal concetto di “curriculum” del proprio passato. E allora mi sono liberato di tutto, del passato e del futuro. Non vedo l’ora di fare questi concerti e di viverli il più intensamente possibile, ma senza pormi troppi obiettivi o fare il punto della situazione.

Quindi sogni nel cassetto che hai lì fermi e che speri un giorno si possano realizzare?
Sicuramente si tratterà di nuove composizioni, di nuove avventure artistiche. Piano piano però. Senza fretta!

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