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Ciao Ian! Dunque, il vostro ultimo lavoro è “Live at Madison Square Garden 1978”. E’ un disco live che avete realizzato l’anno scorso. Come mai avete scelto proprio quel concerto?
Avevamo in magazzino oltre 24 registrazioni. Abbiamo scelto questa perchè, per la sua qualità, potevamo avere il controllo completo dell’audio. Inoltre, ne era interessata anche la BBC. Il che ci ha stupito molto, vista l’ampia scelta e il tempo che è trascorso da quel concerto. Ci hanno chiesto di trarne anche un dvd. Gli ho risposto di sì, ovviamente. Anche se non capisco questo interesse. Insomma! Sono passati ormai trent’anni! Incredibile l’aspetto finanziario delle cose. Farebbero qualsiasi cosa pur di mettere in tasca anche solo un euro di profitto! Comunque, è stato il primo concerto, della storia della musica rock, via satellite, visibile dall’America anche in Europa.

Un successo..
Non di così tanta importanza. Solo un po’!

Nello stesso anno avete registrato anche un altro live album “Bursting Out”. Che differenza c’è tra i due?
Non molta. Abbiamo registrato ogni concerto che abbiamo fatto in Europa quell’anno e sono, alla fine, simili a quelli americani. L’unica differenza era nel bassista. In “Bursting Out” suonava John Glascock e in “Live at Madison Square Garden 1978” Tony Williams. John è morto nel ’79 a causa di un problema al cuore, una malformazione congenita. Aveva lasciato il tour, poi era ritornato perchè diceva di sentirsi meglio. Ma per poco, perchè poi è mancato. L’abbiamo dovuto sostituire e abbiamo scelto Tony.

Il vostro ultimo album in studio risale a sette anni fa. C’è qualcosa in arrivo per il futuro?
Ci sono due canzoni nuove che presentiamo in questo tour. Ogni volta che ci esibiamo ne abbiamo qualcuna che non è stata ancora registrata. Lo abbiamo sempre fatto fin dagli esordi. Testiamo la reazione del pubblico suonando brani nuovi e vediamo cosa succede. Almeno abbiamo la possibilità di aggiustare gli arrangiamenti del pezzo.

E il prossimo album in studio?
Non vedo nulla, al momento, per il futuro. Troppo lavoro, troppi problemi. Tenendo conto che il livello delle vendite sarebbe basso e non converrebbe. Inutile pagare e sostenere dei costi quando la gente scarica da internet. Ma non si sa mai, comunque. Abbiamo canzoni nuove già registrate e altre in lavorazione. E canzoni che potremmo registrare. A dire il vero però è più probaile che possa uscire un mio album, un album di Ian Anderson, piuttosto che un altro dei . Non credo che la gente lo attenda. Il pubblico è rimasto fedele alle creazioni dei nostri esordi e vorrebbe un disco nuovo che suoni come i vecchi. Non qualcosa di diverso, attuale. Non credo che tutto questo sia possibile.

Circa un anno fa, siete stati commemorati con una targa dell’Heritage Award nella chiesa cattolica di Blackpool, il luogo dove voi avete suonato per la prima volta. Cosa ne pensi di questa iniziativa e quali sono i ricordi più intensi che ti porti dentro?
I ricordi più belli non son legati alle nostre emozioni sul palco ma a ciò che ci circondava. Gente che apriva la porta ed entrava per sentirci. Non fu un vero e proprio evento, ma semplicemente la prima volta che suonavamo di fronte a qualcuno. Avevamo paura. C’erano ragazze di circa 25 anni sedute davanti a noi che ci guardavano. Eravamo imbarazzatissimi e spaventati. Ci concentravamo a guardare al di sopra delle gonne. Sai, quando si è teenagers…! Ed erano più vecchie di noi di qualche anno. Per compensare, avevamo deciso di fare un sacco di rumore. Eravamo curiosi di vedere cosa succedeva!

Che anno era?
Credo il 1964…

Due anni fa avete celebrato il vostro 40° anniversario. Come ti senti quando pensi a tutta la vostra carriera musicale?
Pensavo di diventare un insegnante, un poliziotto o un botanico. Questi erano i miei tre pensieri. Successivamente ho cercato di diventare un musicista. Ottima scelta, direi. Molto rischiosa, però. C’è un elevata probabilità che le cose vadano male.

Infatti, che ne pensi del panorama attuale?
Il mio consiglio è di non puntare tutto sulla carriera musicale, perchè la percentuale di successo è davvero sottile. Oggi tutti vogliono diventare musicisti. Tutti hanno MySpace o un sito internet. Internet dovrebbe essere un aiuto, non l’unica soluzione. Il successo, la maggior parte delle volte, arriva pagando un sacco di soldi in marketing o promozione: per esibirti, per registrare un album. Tutto diverso da 40 anni fa, ovviamente. E poi, se tutto ti va bene e la gente apprezza ciò che fai, le tue canzoni vengono scaricate e tu non ricevi nulla. Per pensare di diventare musicisti oggigiorno bisogna essere o davvero coraggiosi o davvero stupidi. Consiglio di farlo per divertimento, perchè si ama la musica. Ma trasformare questo in un lavoro è un pensiero folle! Pensa solo ai costi che personaggi come noi debbono sostenere anche solo per andare in tour. In America o in Germania, ad esempio, pubblicità e promozione ci costa dal 20 al 30% del fatturato dell’intero tour. Esclusi tutte le altre spese, ovviamente. In Inghilterra siamo, per fortuna, sul 5%.

Ian, hai spesso dichiarato che i Jethro Tull non sono una progressive band. Come ti senti di definirla la vostra musica?
Io credo che i Jethro Tull siano una progressiva band. Ma riferendosi al termine coniato prima del ’65. Col passare degli anni, gruppi come gli Yes, i primi Genesis, Gentle Giant o Emerson Lake & Palmer trasformarono il progressive in prog rock e tutto cambiò. In questa nuova veste, infatti, noi non ci siamo più trovati. Sarebbe stato un limite per noi, nonostante agli inizi ci cimentammo in concept album. Posso solo dire che la miglior definizione per noi sia “eclettici”, viste le tante influenze che abbiamo avuto. Da una progressive band ci siamo poi trasformati in una folk rock band.

Ultima domanda. Probabilmente te l’avranno fatta tutti. Jethro Tull era un pioniere inglese dell’agricoltura. Come mai avete scelto proprio questo nome?
Non lo abbiamo scelto noi. Ce l’ha dato il nostro agente di allora che studiava Storia all’Università. Ha letto il nome e gli è piaciuto. Devi sapere che ogni settimana noi avevamo un nome diverso, così potevamo tornare di nuovo a suonare negli stessi locali senza sentirci dire che ci eravamo già stati. A un certo punto, però, abbiamo dovuto trovare un nome fisso perchè si stava prospettando l’opportunità di suonare regolarmente in locali famosi come il Marquee Club a Londra. Così abbiamo mantenuto il nome Jethro Tull, un agricoltore che inventò la seminatrice meccanica nel 1700. Ne eravamo onorati. E di fronte alla possibilità di successo che si prospetava davanti, decidemmo di mentenere ufficialmente questo nome e di non cambiarlo più. Era il 1968. Molto molto tempo fa.

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