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Cosa vi ha spinto a rileggere l’album “La Buona Novella” di De Andrè e a portarla in tour?
F.D.C.: Innanzitutto ci ha spinto la curiosità, che è una degli ingranaggi principali della PFM. La suonammo circa quarant’anni fa, quando ci chiamavamo “I Quelli”, dando solamente il contributo sonoro senza offrire nessun contributo arrangiativo. Ma è stata un’esperienza che ci è rimasta dentro, è stata la scintilla della nostra unione con Fabrizio. Infatti, dopo aver arrangiato i due brani nella versione live che facemmo con Faber, “Maria Nella Bottega Del Falegname” e “Il Testamento Di Tito”, dopo tutti questi anni, la saggezza e le ore di volo trascorse sui nostri strumenti, ci siamo chiesti come potevamo presentare ad oggi questi brani. Fu così che abbiamo completamente riscritto i pezzi, mantenendo le melodie e i testi di Fabrizio. Mentre tutto il resto è nuovo. La nostra versione dura il doppio della sua, infatti.

P.D.: Abbiamo trovato anche un interesse particolare in questo concetto del tempo che passa. Lui parla di qualcosa che è successo duemila anni fa, ne parla per comunicare alle nuove generazioni dei concetti estremamente importanti e visti sempre dal lato umano e con parole rigirate in modo spettacolare come sollo lui sapeva fare. Ma parole semplici che hanno un senso chiaro e inequivocabile. Tutta la storia de ‘La Buona Novella’, apocrifa, è un elemento che tuttora è di moda: più andiamo avanti, più abbiamo bisogno di valori di Cristo come uomo. Ed è questo il grande messaggio di Faber: il Cristo uomo lo si può imitare, cercando di arrivare a una completezza intellettuale. Se lo si considera un Dio, si guarda in cielo. Ma non è il tempo di guardare in cielo, è tempo di rimboccarsi le maniche su questa terra e darsi da fare perchè questa società sta andando allo sbando.

Perciò è arrivata in un momento opportuno..
P.D.: Assolutamente. Negli anni Settanta, quando Milano era candidata a diventare capitale intellettuale europea, non si sarebbe mai immaginato di trovarsi ad oggi in una situazione sociale come questa che stiamo vivendo.

F.D.C.: Ben venga la ‘Buona Novella’! E comunque questa nostra avventura chiude, in un certo modo, il cerchio karmico che ci lega a Fabrizio. Con questa iniziativa, noi gli auguriamo buon compleanno per i suoi settant’anni e noi festeggiamo i nostri quarant’anni dell’album. Vedo la sfera del tempo che si raccoglie attorno a questo lavoro.

E che emozioni avete provato a risuonare tutto il disco dopo quarant’anni?
F.D.C.: Intanto gli abbiamo dato una chiave più attuale, pur rispettando il senso che Fabrizio aveva dato a suo tempo: un significato rivoluzionario che però non era stato capito perchè all’epoca la rivoluzione era considerata in altro modo. Oggi come oggi, rivoluzionare qualcosa significa darle un nuovo linguaggio più aderente. ‘La Buona Novella’ è un album poco ascoltato perchè molto teso, impegnativo e non lascia spazio alla fantasia. Non si può far altro che ascoltare e subire i racconti di De Andrè. Nella nostra versione, invece, abbiamo cercato di far volare anche tutto quello che c’è dentro. Noi facciamo vivere Maria sulla piazza, i romani cattivi, la perfidia dei farisei e l’umanità dei ladroni che muoiono da uomini come Gesù, senza differenza alcuna. Il suono che gli abbiamo dato è un suono di oggi, una sorta di opera rock dove i testi sono rimasti ovviamente invariati mentre le musiche sono reinterpretate, come fanno i grandi registi. Mi viene in mente Luca Ronconi che prende ‘La Tempesta’ di Shakespeare e ne fa una sua versione. E noi tre ci sentiamo un po’ come dei registi!

Una curiosità. Ho letto sul libretto all’interno del cd ‘La Buona Novella’ di De Andrè una frase che lui aveva scritto, dopo avervi ringraziato di aver suonato con lui: ‘Dopo due giorni di distaccata collaborazione, hanno dimenticato gli spartiti sui leggii e sono venuti a chiedermi perchè ho scritto queste parole…’. A cosa si riferiva?
F.D.C.: Non era innanzitutto il Fabrizio che abbiamo poi conosciuto nel ’78 e ’79 quando si era aperto a una scommessa mai fatta nella sua vita, fidandosi del nostro spirito rock, seguendoci in tour e suonando con noi in palchi da 15 metri. All’epoca, lui era una persona macerata dentro, che aveva voglia di esprimersi, ma distaccato, per conto suo, borghese, grosso intellettuale e grande poeta. Noi eravamo solo dei giovani musicisti che avevano fatto bene il proprio lavoro. Ci aveva sconvolto il senso dei testi che scriveva. Per noi il Vangelo era quello che si conosceva, quello ‘dell’ufficio stampa del Paradiso’ come diceva sempre Faber. Perciò, quando incominciammo ad ascoltare queste storie, più umane e popolari dei Vangeli Apocrifi, ci sembrarono inquietanti e gli domandammo il perchè le scriveva. Lui rispose: ‘Le scrivo perchè alle istanze dei nostri giovani rivoluzionari del ’68, io rispondo con le istanze del più grande rivoluzionario della storia’. E rimase colpito dalla nostra curiosità.

Dal ’70 al ’79, da ‘La Buona Novella’ al live che avete fatto con Faber, come si sono mantenuti i rapporti, nonostante ognuno avesse preso la propria strada?
P.D.: In realtà non lo abbiamo quasi più sentito. Noi eravamo molto impegnati in quel periodo, facevamo oltre 250 concerti all’anno, divisi tra l’Italia, dove ne facevamo anche due al giorno, l’America, l’Europa e l’Asia. E le tourneè americane erano lunghissime perchè gli Stati Uniti sono un paese enorme. Eravamo via praticamente tutto il tempo e tornavamo solo per registrare un disco, se non lo facevamo fuori. E con Fabrizio ci siamo forse intravisti qua e là. Non c’è mai stato un rapporto continuativo. Finchè nel ’78 siamo andati a suonare in Sardegna durante il tour italiano, vicino a dove lui aveva la sua tenuta e dove aveva deciso di ritirarsi perchè non aveva più voglia di fare questo mestiere, a causa di dissapori con le case discografiche e col pubblico. In quell’occasione, era venuto a vederci insieme a Dori e ci ha invitato a pranzo il giorno dopo a casa sua, dove abbiamo fatto una grande tavolata fuori e trascorrendo un bellissimo pomeriggio. Lui ci disse: ‘L’unica cosa che mi farebbe tornare sul palco sarebbe suonare con un’entità come voi. Mi sentirei più sicuro’.

E come mai non si è più replicato il concerto che avete poi fatto insieme?
P.D.: Perchè quando le cose vengono così bene, è meglio lasciare il ricordo e non forzare. Anche se si è tentato di ripetere l’esperienza. Ma non si è fatto più nulla: ‘Meglio di così non può venire’, diceva Fabrizio.

Siete usciti con molti lavori in questi ultimi anni, tra live, raccolte e dischi in studio. Per il futuro cosa vedete?
F.M.: Ci sono tante cose. In primis, un progetto con l’orchestra che è da tanto tempo che abbiamo intenzione di fare: si tratta di rivisitare grandi autori classici. Sarebbe un’opera di divulgazione di cose molto belle ma appartenenti a un’area diversa dalla nostra in cui suoniamo. Un tentativo di unire culture differenti. E poi stiamo incominciando a pensare di realizzare un disco di canzoni che possa rispecchiare la nostra identità oggi. Siamo dei musicisti che ormai hanno assoluta dimestichezza con gli strumenti. Ma siamo anche persone con un passato alle spalle piuttosto intenso che pensiamo di poter raccontare senza dover fare per forza i santoni o parlare di grandi verità. Il nostro pubblico è eterogeneo, ci sono molti ragazzi, perciò sentiamo molto lo spirito giovanile, come tutti i musicisti che sentono il bisogno di raccontare la loro parte adolescenziale. Altrimenti, risulterebbe tutto troppo pensato. Ai ragazzi non bisogna sparare in faccia la solita teoria dei valori perchè più gliela dici e meno li rappresenti in termini di esperienza, allontanandoli. Sarebbe una bella sfida riuscire a raccontarci attraverso questa bellissima forma.

Un modo per mettervi alla prova fino alle estreme conseguenze…
F.M.: Per noi è sempre l’estrema conseguenza! Per ogni disco. E anche in questo ultimo lavoro, abbiamo messo un pezzo di noi dando vita a una testimonianza di qualcosa di davvero importante. Adesso, come tutti gli artisti, facciamo ricrescere gli organi e riprendiamo il lavoro, confrontandoci come sempre.

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