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Ciao Joey! Allora, parlami del vostro ultimo album, “Carried To Dust”..
Credo innanzitutto che la maggiore ispirazione l’abbiamo avuta dal viaggiare molto. Quando parlo di viaggiare non intendo il lavoro, ma l’essere in vacanza. Una delle nostre mete preferite è il Sud America. Questo viaggio ci ha messo in contatto con storie, racconti e tradizioni del luogo che noi abbiamo connesso con la nostra musica e i nostri testi. Ad esempio, abbiamo visitato la casa di Pablo Neruda e ciò che abbiamo visto, le sue stanze, i suoi dipinti, ci ha ispirato molto. Ma sono anche le narrazioni che spesso leggo nelle mail che mi scrive mio fratello: in una delle ultime, mi parlava di Mosca, della neve. Cose a noi sconosciute ma che stimolano favole e fantasia.

Joey, perché una voce così sussurrata in alcune delle canzoni del vostro ultimo lavoro?
E’ difficile, quando sei in studio, trovare la giusta modulazione della voce. Il “sussurrato” è una cosa già fatta nel passato: cerco solo di dare il meglio per me e per quelle determinate canzoni. In alcuni casi, invece, ho cercato di cantare più alto possibile. Ma, per me, è sempre stato più facile cantare dal vivo che in studio: lo studio è pieno di effetti, cosa che in futuro vorrei eliminare.

Credi ci sia stato un cambiamento nel vostro stile dall’inizio a oggi?
E’ difficile, a volte, per i musicisti realizzare come si cambia nel corso della propria carriera perché si suona praticamente ogni giorno e si fanno tour quasi ogni anno. Comunque, sì, in questo nostro ultimo lavoro ci sono stati dei cambiamenti: molte canzoni sono state scritte in stile classico. “Victor Jaras Hands”, “House Of Valparaiso” e “Fractured Air” sono brani decisamente dal sapore più contemporaneo ma che mantengono quella linea tribale che mi piace molto. Mi piace sperimentare. E’ stato positivo per tutti noi cimentarsi in nuovi stili, strumenti o in nuove melodie.

Nella vostra band ci sono musicisti da Berlino, Monaco, Madrid, Nashville e, ovviamente, Tucson. Cosa ha portato ognuno di loro nel gruppo della cultura del proprio luogo di nascita?
Ognuno di loro ha portato molto della propria tradizione musicale popolare. Ciò che è famoso e conosciuto in Germania, ad esempio, non lo è ovviamente in America. E questa è una cosa che adoro e che mi entusiasma molto. E che credo non possa che far bene alla band. Ti porto l’esempio di “Nick Cave And The Bad Seeds”, dove ognuno di loro arriva da luoghi differenti. E, comunque, grazie a internet, sono nate diverse collaborazioni tra musicisti molto lontani tra loro: la musica è il ponte che unisce le persone di culture differenti.

L’”American Daily Star” vi ha lodato parlando di voi come coloro che meglio sanno portare gli ascoltatori nelle atmosfere del South West. Ed è per questo motivo che gli europei vi adorano. Che mi dici in proposito?
Beh, è una conseguenza non programmata. Quando componiamo musica non ci proponiamo questo obiettivo. E’ un qualcosa che nasce in maniera del tutto spontanea, ma bisogna tenere conto che la band è nata in Arizona e, perciò, è ovvio che porti inconsciamente con sé il sapore di quei luoghi e, soprattutto, del South West. Ma la nostra musica non è solo South West. Le nostre influenze e le tradizioni popolari a cui ci ispiriamo si fanno certamente sentire: dall’improvvisazione jazz alla musica afro-cubana fino a Ennio Morricone o alle colonne sonore di certi film sono tutti input che ci conducono verso orizzonti differenti. Credo che sia anche per questo che riusciamo a farci apprezzare anche in Europa. Ma l’Arizona Daily Star si è dimenticato di dire che siamo molto seguiti e apprezzati anche in Australia e in Giappone! (ride)

Com’è stata la vostra esperienza nella colonna sonora di “Io Non Sono Qui”?
Fu come un sogno. E fu un’esperienza molto divertente. Ma si era a conoscenza di ciò che si doveva fare in studio soltanto il giorno prima. Diventammo molto amici con l’armonicista che era in studio con noi a noi. Giravano un sacco di musicisti jazz da quelle parti. E c’era molta improvvisazione. Si trovavano musicisti come Neil Young e Jerry Garcia negli studi durante la registrazione. Con quest’ultimo abbiamo suonato in alcuni pezzi ed è stato molto emozionante.

Com’è stata la vostra collaborazione con Iron & Wine?
Abbiamo rispetto l’un l’altro della propria musica. Diventammo molto amici e la collaborazione nacque spontanea. Fui io a chiedergli di cantare con noi, perché adoro la sua voce, il suo timbro.

Pensi in un futuro di ripetere quest’esperienza?
Andammo ad Austin, in Texas a novembre e furono in molti, in quell’occasione, a farmi la stessa domanda. Non lo so. Ci piacerebbe suonare ancora un paio di canzoni assieme o fare addirittura un disco. Vista la stima che nutriamo reciprocamente, credo che ci sarà di certo una collaborazione in futuro.

E cosa mi dici di Vinicio Capossela?
E’ una bella persona, nella sua stranezza. Mi piace molto il suo carattere: quando è in fase creativa, non sai mai cosa tira fuori dal cilindro! Abbiamo sentito parlare di lui durante il nostro tour del 2006, quando era uscito il suo album “Ovunque Proteggi”. Lo abbiamo ascoltato di continuo e ci hanno entusiasmato molto gli arrangiamenti e i testi. Ma soprattutto la sua voce. Per questo motivo decidemmo di suonare un paio di canzoni insieme sul palco durante la nostra tappa in Italia. Iron & Wine era in tour con noi e ne fu entusiasta! Sarebbe molto bello ripetere l’esperienza. Gli abbiamo chiesto di raggiungerci in Arizona!

Ultima domanda: Calexico è una città di confine tra la California e il Messico. Qual è il significato di questa scelta?
Il nome Calexico sta semplicemente a significare un qualcosa di ibrido. La nostra musica, infatti, è ibrida perché in essa si trovava il sound californiano e quello messicano fusi e amalgamati insieme.

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