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Ciao Jesse, incominciamo la nostra chiacchierata parlando del tuo nuovo album. Com’è nato?
Beh, l’idea di partenza è stata del percussionista brasiliano Mauro Refosco. Idea che ci ha portato a registrare in Brasile con molti musicisti del luogo. Ci sono state però alcune difficoltà di organizzazione. Innanzitutto il problema legato allo stare uno, due mesi a Rio, dove registravamo e dove non si conosceva nessuno. Inoltre, il lavoro in Brasile andava avanti a rilento rispetto a quello che si svolgeva nell’altro studio a New York. Ma, nonostante questo, lavorare con la sezione ritmica costituita da Andrew Borger alla batteria e Tim Luntzel al basso è stato grandioso e di gran lunga meglio rispetto alla session newyorkese. Sicuramente è stato un momento che mi ha dato tanto, anche a livello umano.

Fire on the ocean”, l’ultimo brano dell’album, è una canzone del tutto particolare, sia come testo che come musica..
È una canzone inusuale, me ne rendo conto. È nata spontaneamente buttando giù una linea molto essenziale di ritmica e chitarra e non da un progetto o un’intenzione iniziale cui dar vita. Il ritmo raggae e la linea melodica di base sono nate in maniera del tutto spontanea. E, alla fine, ho deciso di lasciarla sobria. Non è stato facile abbinarle la parte cantata: scrivevo, cancellavo e riscrivevo in continuazione. Mi ricordo di aver pensato che questo pezzo, in particolar modo, doveva essere molto divertente da suonare dal vivo.

Qual è la principale differenza tra “Feel” e gli altri precedenti lavori?
Innanzitutto i primi 5 album sono nati col gruppo The Ferdinandos, cui appartenevo, mentre il sesto senza loro ed è stato un lavoro del tutto diverso. Sono principalmente votati ad atmosfere piuttosto tristi e malinconiche, dove a primeggiare è la chitarra. Sì, “Feel” prende le distanze tra tutti i precedenti dischi, proprio per il suo sound decisamente più votato alla ritmica. E credo che il sentimento che si porti appresso sia un sentimento di felicità.

E perché questo cambio di direzione, allora?
Non lo so, in realtà. Credo dipenda dal mio umore, dai periodi della vita che attraverso. Questo, senza dubbio, è un buon periodo per me.

Com’è stata la tua collaborazione con Norah Jones? Pensi di collaborare ancora con lei nel futuro?
Suonare con lei e scrivere per lei è stata un’esperienza indimenticabile, soprattutto importante dal punto di vista della mia formazione. Lei è diventata un’ottima songwriter, probabilmente non ha più bisogno di me! (ride). Non conosco il futuro ma sono sicuro che faremo di nuovo qualcosa insieme, sebbene ognuno abbia ormai preso la sua strada: per quanto mi riguarda, è appena uscito “Feel”, ma a breve ho intenzione di dar vita a un nuovo lavoro ancora. E così via. Comunque è molto bello lavorare con ei. È una grande artista, per me, e so che lei ama cantare le mie canzoni.

Alcuni anni fa hai collaborato con i Bright Eyes per realizzare con loro due album. Com’è stata l’esperienza con Conor Oberst?
Conor è uno dei più giovani e talentuosi songwriter. È una persona con molte ispirazioni, molta genialità. Ti lascia molto spazio sia nelle canzoni che sul palco. È coraggioso e brillante. È davvero fantastico lavorare con lui e altrettanto è stato dar vita ai nostri due dischi. Tutti quelli che conoscono Conor lo amano.

Se dovessi consigliare un suo disco?
“I’m wide awake, it’s morning”, molto melodico e molto folk.

Quale collaborazione artistica porterai nel cuore per tutta la tua vita?
Devo essere onesto: ce ne sarebbero davvero molte. Sono stato fortunato a suonare con tanti grandi musicisti e collaborare con altrettanti artisti importanti. Sicuramente quelli con cui ho suonato più spesso: Tony Sher, Kenny Wallace, Mauro Refosco. Le collaborazioni che rimangono, comunque, più importanti per me, sono quelle con i musicisti che più mi stanno vicino.

Quando è nato il tuo amore per la chitarra e quando hai iniziato a suonare?
A dir la verità mi sono avvicinato alla musica suonando il piano. La chitarra è uno strumento che è arrivato dopo. I miei sono divorziati e mia madre andò in California per diversi anni. Un giorno arrivò con una chitarra. Passarono diversi anni prima che iniziassi a suonarla. Il motivo per cui incominciai era semplicemente perché volevo suonare classici di Bob Dylan e Neil Young. Mi ero comprato dei canzonieri, infatti. L’amore crebbe: più suonavo, più si accendeva in me il desiderio di migliorarmi.

Quali artisti stai ascoltando ora?
Assolutamente Jorge Ben, musicista brasiliano. Come vedi, la mia passione per la musica sudamericana non accenna ad affievolirsi. Anzi.

Domanda un po’ più personale: credi che qualcosa sia cambiato in te dal momento in cui hai vinto il Grammy?
Non a livello personale. O almeno non credo. Essendo la mia vita molto più impegnata di prima, può comunque darsi che il mio atteggiamento nei confronti di essa e di chi mi sta attorno sia cambiato un po’. Non mi sono montato la testa, no di certo, se era questo che intendevi! (ride).

Pensi di scrivere altre colonne sonore nel futuro?
Certo, penso che sia possibile. Ho fatto la mia prima esperienza in merito con “The Hottest State”. Sono stato fortunato: Ethan Hawke è un regista con cui è molto bello lavorare. E anche semplice. Comunque, sì, credo che lo farò ancora, soprattutto perché mi piace molto scrivere brani strumentali: nei miei album precedenti, infatti, ce n’è qualcuno. Compreso in questo mio ultimo lavoro. Ho trascorso diverso tempo ad Hollywood, ma non rimane comunque il luogo dove spendere la maggior parte delle mie energie. Preferisco, comunque e di gran lunga, fare il musicista e dedicarmi esclusivamente a dar vita a nuovi dischi.

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