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Qual è la ragione della vostra reunion?
Oh, l’abbiamo dimenticato! (ridono) Sono due anni che ci siamo ritrovati. È stato un approccio molto lento, ma decisamente naturale. Abbiamo trascorso inizialmente molto tempo a suonare dal vivo in Inghilterra prima di registrare il nostro ultimo album. Molto è dipeso dagli sponsor e dalla pubblicità che avevamo a disposizione. Ma è andato tutto per il meglio!

Quali sono state le conseguenze dell’assenza del vostro originario tastierista Jay Darlington?
Il nuovo tastierista ha cambiato l’alchimia della nostra musica. Ha una qualità speciale, cioè quella di regalare un suono più netto e meno sfumato, direi quasi più mascolino. Se ascolti “Strangefolk” lo noterai. Azzardo a dire che a tratti è anche un po’ funky! Per esempio nella prima traccia “Out on the Highway”.

Perché una copertina disegnata in quel modo?
L’immagine innanzitutto deriva da una foto di mia moglie (di Crispian) mentre era seduta con la sua pipa. Poi abbiamo deciso di trasformarla in quell’illustrazione ispirandoci alle nuove tendenze artistiche in voga oggigiorno a Londra.

Strangefolk” è un album ricco di atmosfere vintage. È frutto di un’intenzione iniziale o si è sviluppato con questo mood durante la session di registrazione?
Credo che si comprenda una composizione nel momento in cui ci stai lavorando, suonandola. Si ha un abbozzo di idea e la si porta avanti. Ma è un processo di scoperta lungo che porta con sé continui cambiamenti.

In questo vostro ultimo lavoro si sente meno l’influenza indiana, rispetto agli altri due album. Perché questo cambiamento?
Non c’è una particolare ragione. Viviamo il contesto e l’ispirazione che ne deriva. Sicuramente il risultato che abbiamo ottenuto è un suono decisamente più definito, preciso. Il prossimo album sarà solo sitar, lo promettiamo! (ridono)

Vi sarebbe piaciuto incontrare George Harrison?
No, assolutamente. Credo che bisogna fare attenzione quando si vuole conoscere i propri eroi. George è per me, per noi, un mito. Ma a volte è meglio, forse, fermarsi al lato musicale e non inoltrarsi nella conoscenza della persona. Potrebbe rivelarsi una delusione e far cadere tutti i tuoi presupposti. Al di là di questo, noi stimiamo George non solo per il suo ruolo di musicista, ma soprattutto per il suo essere stato una persona coraggiosa, spirituale, stimolante nelle sue ricerche musicali e non, nonché ribelle a molti degli schemi e del fumo di quegli anni.

Comunque, tornando a “Strangefolk”, avverto sonorità che rimandano ai Beatles, agli Who…agli Yes..
Gli Yes? Oh no! (ridono)

La seconda traccia “Second Sight” sembra ricordarli, no?
Beh, adesso che ci pensiamo forse c’è una somiglianza nella parte in cui entrano i cori. E anche nell’armonia di base. Altri, effettivamente, ce lo hanno fatto notare. Ma, giuro, non è voluto!

Vuoi dire che non vi piacciono?
No, assolutamente! È una gruppo di musicisti vegetariani e questo è già un buon motivo per apprezzarli!

Nella canzone “Hurricane Season” la tua voce, Crispian, è molto simile a quella di Bob Dylan. C’è un qualche legame tra voi?
L’unico che abbiamo è il medesimo bisogno di raccontare delle storie. E questo brano ne è un esempio. Abbiamo fatto nostro un principio che è invece il fondamento della musica folk e Dylan è il folk-singer per eccellenza.

Crispian, qual è l’album che hai consumato con l’ascolto nella tua adolescenza?
Trovo interessante il fatto che la prima musica che ascolti quando sei piccolo è poi quella che più ti rimane e ti forma. Quando cresci hai più consapevolezza e ricerchi, sicuramente ascolti molta più roba. Ma, alla fine, l’imprinting te l’hanno dato i primi gruppi che hai scoperto. È come il segno che ti lascia il primo amore. Per quanto mi riguarda è “Deep Purple in Rock”. Anche i Kinks, se posso aggiungere.

E per te, Alonza?
Assolutamente gli Who. Non me la sento di dichiarare un album piuttosto che un altro. Quello che mi ha particolarmente segnato è lo stile che John Entwistle aveva di suonare il basso.

La frase “’Cos nothing lasts forever except what you don’t know” in Hurricane Season cosa significa per voi?
Credo la stessa cosa che significa anche per te! (ridono) Questa canzone racconta di una barca che si è spinta al largo addentrandosi nell’ignoto. La morte è l’ignoto. Tutto gira attorno alla natura limitata del mondo materiale. Nella filosofia indiana si descrive l’universo della vita e della morte come un grande oceano, illimitato, praticamente impossibile da attraversare e da conoscere perché noi viviamo come in trappola.

Crispian, vieni da una importante famiglia di attori. È vero che hai dato il tuo contributo al film “The Winged Boy” di Stephen Fry?
Sì, verissimo! Ci ho lavorato nel periodo in cui avevo smesso di suonare con i Kula Shaker. Questa esperienza a Hollywood è stata sicuramente importante e credo lo sia per tutti coloro che vogliono diventare grandi artisti e uomini d’affari. Ma io non sono nulla di tutto ciò e ho presto abbandonato per tornare nel mio modesto mondo.

Curiosità: perché, Crspian, ti soprannominano “Dodge”?
Viene da Dodger, Artful Dodger, il ragazzino borsaiolo che conduce Oliver Twist nel mondo dei ladri. Nella nostra famiglia si viveva tutti insieme nella medesima casa, come in quel film, ed è tipico di chi lavorava nel mondo del teatro o della musica.

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