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Steven, come mai il tuo ultimo album è qualcosa di così strano e particolare dal punto di vista chitarristico?
Non sono un chitarrista, infatti. Sono innanzitutto un produttore e un songwriter. E la chitarra è solo uno degli strumenti a mia disposizione che suono, insieme al pianoforte e alla mia stessa voce. E hai ragione nel dire che nel nostro ultimo lavoro non c’è una forte presenza della chitarra. E il motivo principale è l’aver voluto cambiare prospettiva tecnica, nonostante la chitarra rimanga l’anima, per me, della canzone.

E quali tonalità prediligi quando suoni la chitarra?
Assolutamente quelle basse, per dare un sapore più pesante alla musica che creo.

Cosa ascoltavi quando eri bambino?
Mi hanno ispirato innanzitutto gli autori, i produttori e architetti del suono: Brian Wilson, Jeff Lynn, Roger Waters. Non sono grandi musicisti, ma grandi visionari proprio perché hanno avuto una veduta molto più ampia in merito ai suoni e ai loro nuovi potenziali orizzonti.

A quali artisti hai fatto riferimento nel tuo ultimo lavoro?
Beatles, ad esempio, oppure Led Zeppelin. Kashmir è una canzone che ci ha dato molti spunti.

Ho respirato anche un po’ di Van Der Graaf Generator..
Davvero? È interessante! Ho conosciuto Peter ed è una persona davvero splendida!

Sleep together” è una canzone fantastica. Sono tutti tuoi gli arrangiamenti?
No. Tutta la parte degli archi è stata fatta da musicisti provenienti dalla tradizione degli anni ’70. Ma è stata mia l’idea di dare a questi arrangiamenti un sapore meno occidentale e più indiano, dove è molto presente lo stile “slide”.

Quanto c’è di Londra in te?
Tutto! Sono nato a Londra e vivo a Londra! È una città che non smette di sorprendermi.

E parlando di Londra, che pensi dei Kinks e degli Small Faces?
Beh, ho 40 anni e il ricordo che ho della Londra musicale che ho vissuto incomincia dagli anni ‘80: davvero brutti! Ho dovuto fare un salto indietro, nei Settanta. Ma soprattutto nella musica che sentivano i miei genitori, musica che è diventata la base dalla quale sono partito. Si ascoltavano i dischi dei Clash, dei Pink Floyd, di Mike Oldfiled e tutti quegli album rock che imperversavano in quel momento. A mia madre piaceva anche molto la disco music come “La febbre del sabato sera” o le canzoni di Donna Summer. Perciò, i Kinks e gli Small Faces appartengono al decennio prima, molto più lontano dalla mia formazione musicale e da ciò che si ascoltava maggiormente negli anni in cui ero piccolo. Diciamo che sono stati i miei amici più cari ad avvicinarmi agli eroi dei Sessanta: Camel, Hawkwind, Crosby Still Nash & Young, Yes. Per me “l’era d’oro” della musica inizia con album quali Pet Sounds e Revolver e finisce col punk.

Com’è stato lavorare con Robert Fripp?
Meraviglioso! Ma Robert ha la reputazione di essere una persona difficile. E lo è: ma per i media, non per noi che lavoriamo con lui e che ci troviamo fianco a fianco con la sua creatività, ispirazione, eccentricità e disponibilità. Ma la qualità che mi ha colpito di più è, senza dubbio, il suo essere incredibilmente umile.

Steven, tu hai lavorato a molti progetti e con molti artisti. Quali aree musicali vorresti ancora esplorare?
Al momento non lo so. Ed è giusto che non lo sappia perché l’istante più eccitante per me è quando mi siedo e sento che la musica fluisce ancora dalle mie mani e dal mio cervello. Mi sorprende e mi lascio sorprendere. Piuttosto, ti posso dire quali sono gli input dai quali attingo la mia ispirazione per dar vita alle mie nuove creazioni: non solo musica, ma anche film, libri, viaggi e fotografia. La vita, insomma. Ma più della musica, sono i film a influire sulle mia nuove produzioni.

Perché?
Perché ho assorbito e scoperto ogni minimo aspetto e sfumatura della musica da quando ero bambino. A partire dalla classica fino ai giorni nostri. Ma il cinema, per me, è tutto ancora da scoprire. E parlo del cinema dagli anni ’50 ad oggi, di quello europeo e di quello americano.

E non hai mai paura di perdere questa ispirazione?
Sì, ne ho il terrore!

Che rapporto hai con la fotografia?
Ritengo sia importante perché contribuisce all’aspetto visivo della musica.

E cosa vedi quando ascolti la musica classica?
Beh, dipende dal compositore. Se ascolto Ravel, ad esempio, immagino le onde del mare. Questo perché chi crea musica classica è come se pitturasse un quadro. E spero che questa qualità ce l’abbia anche la musica che creo io.

All’interno dei tuoi testi si parla molto della società e dei problemi del mondo in cui viviamo. Come pensi possa essere il futuro?
Innanzitutto ciò che scrivo è una reazione a ciò che vedo attorno. E credo che la musica sia un buon veicolo per comunicare ciò che succede nel mondo. Purtroppo i ragazzi di oggi non sono più disposti a comprare e spendere soldi per la musica: scaricano. Ma l’aspetto positivo di tutto ciò è che nel sound odierno ritorna il sound degli anni ’70, attraverso band che suonano live e quelle che registrano nuovi album proprio con quelle sonorità. Si parla di noi, dei Radiohead, dei Tool, dei Coldplay. Ciò che credo stia rovinando l’industria musicale sono tutte quelle boy-band e girl-band che le major lanciano sul mercato. Riguardo a ciò che accade nel mondo in cui viviamo, beh, i miei testi sono una dichiarazione oggettiva di quest’era tecnologica che non lascia più spazio alla natura. Io spero in un ritorno alla natura e a un aspetto più organico della vita stessa. Comunque.

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