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Ciao Brian, solo qualche veloce domanda. E’ da poco uscito il tuo nuovo album “Looking in the eye of the world”..
Sì, sono tutte canzoni nuove, create con lo stesso entusiasmo di sempre. L’album precedente era una raccolta, a maggior ragione doveva seguire un disco di inediti.

E qual è il filo conduttore che lega tutti i pezzi dell’album?
Senza dubbio la voglia di produrre.

Pensi sia l’ultimo o in mente ne hai già un altro?
Non vado in pensione! Scriverò canzoni e suonerò fin quando avrò fiato e possibilità di farlo. Come sempre, del resto. L’ispirazione, la passione e l’entusiasmo non mi mancano!

Ci sono anche i tuoi due figli nella band: Karma e Savannah. Come mai?
Innanzitutto perché sono davvero bravi. Savannah ha una voce potente, pulita e davvero incredibile. Stanno lavorando con molti altri autori in America, soprattutto mio figlio Karma. E poi è un’esperienza meravigliosa dividere il palco con loro. E’ una sorta di cerchio che si chiude.

Suoneresti più con Julie Driscoll?
Oh no! (ride) Per carità! Non andiamo più d’accordo da anni. E’ un’eccezionale voce, ma è totalmente pazza!

Brian, che ricordi hai della Londra del ’67?
Ricordo le facce degli artisti di allora. Ricordo che ci incontravamo a casa di uno e dell’altro: mi sono ritrovato a suonare il piano nella stessa stanza con Paul McCartney, col fratello del quale ero molto amico, o con Mick Jagger. Ricordo Syd Barrett. Ricordo che c’era un fermento impressionante del quale facevamo parte senza renderci davvero conto di cosa stesse succedendo. Si passava spesso per l’Ufo Club o per il Marquee: ascoltai Eric Burdon e i Soft Machine con molto interesse. Stava cambiando tutto.

E cosa ne pensi della direzione che la musica di oggi ha preso?
Mi sembra più che altro un’inversione di tendenza, un ritorno alle origini. Ci sono molti gruppi che ripropongono il sound di allora, ovviamente contestualizzato e adattato a quelle che sono le nuove tecniche. Fa piacere. Fa pensare che tutto quello che è stato prodotto allora non sia stato invano. Per quanto riguarda il jazz, dopo la parentesi buia degli anni ’80, è rinato, soprattutto grazie a quello che viene chiamato acid-jazz. E sono rinato anch’io! (ride)

So che ami molto l’Italia..
Sì, la adoro! Mia moglie è sarda, infatti ormai l’italiano è la mia seconda lingua, e ho suonato moltissimo in Italia, soprattutto a Roma dove ho conosciuto il mio amico Renzo Arbore. Ricordo il Piper, ma ricordo anche brutti episodi riguardo a un tour in cui ci hanno fissato date senza avvertirci, portandoci via strumenti e attrezzature di punto in bianco.

Beh, però vedo che quell’episodio non ti ha impedito di ritornare nel nostro paese!
Ah, no! (ride) In ogni tour che faccio l’Italia non manca, ci sono troppo legato. Ho speso molto tempo qui nella mia vita.

Ritornerai presto, allora?
Dopo l’Europa saremo in America. Se faremo un “second leg” della tournee ci ricontreremo!

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