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Willy, perché questi vestiti?
Adoro indossare indumenti fatti a mano e lo stile indiano è tutto fatto a mano. E adoro l’America.

E questi tuoi capelli sempre lunghi?
Sono la mia religione, mi rappresentano. Non li taglierei per nulla al mondo.

In questo modo ti differenzi molto da tutti gli altri musicisti americani. Chi vorresti essere e chi invece proprio non riesci a digerire?
John Hammond, per le sue incredibili qualità di bluesman, per il suo stile veloce e preciso. L’ho ammiro da quando sono piccolo. Ho imparato molte cose da lui e per me è stato come un maestro. Chi, invece, proprio non sopporto è Iggy Pop, che confonde l’apparenza con la sostanza, che è solo tutto muscoli e voce ruvida. Nulla più, compresi i testi delle sue canzoni.

Parlando di musicisti americani, so che sei stato in tour con Dylan. Ci ritorneresti?
Bob Dylan è per me, innanzitutto, un grande amico, una persona amorevole e gentile. È molto sensibile e profondo, ma principalmente è umano, qualità molto rara di questi tempi. Ho suonato con lui e credo che lo farò ancora: come si fa a non volere suonare con Dylan!

Eppure la gente lo reputa antipatico..
E’ solo riservato. Si fa gli affari suoi, come me, del resto.

Qual è stata la scintilla che ti ha portato a scrivere musica?
È iniziato tutto tra i banchi di scuola. Avevo una maestra molto esigente che mi rimproverava spesso perché non facevo i compiti e perché ero disordinato. Ma è stata lei ad avvicinarmi a scrittori classici come Dylan Thomas. Me ne sono innamorato e da lì ho iniziato a comporre musica.

Perché sei andato a Londra quando eri giovane? La scena newyorkese non ti soddisfaceva abbastanza?
Veramente ci sono andato per curiosità, per vedere cosa succedeva. Ci arrivavano voci sui vari movimenti musicali inglesi e Londra era un fermento. Ricordo che portavo lunghe giacche nere e stivali, un look che ha subito dato nell’occhio in quell’ambiente dove tutti andavano vestiti con abiti colorati. La psichedelica non era il mio genere: io volevo fare blues, ma purtroppo non sono riuscito a trovare qualcuno che volesse formare un gruppo di questo genere. Dopo tre mesi finii i soldi e me ne tornai in America.

E cosa ti è rimasto di quell’esperienza londinese?
Ho capito che gli inglesi sono un popolo con cui non posso andare d’accordo. Non sono capaci a cucinare, a vestirsi e in più ogni cosa è una copia. Tutto è una copia di quello che abbiamo qui in America. Anche i Beatles.

E dove vivi ora?
Sono a New York, sono tornato nella mia città. Ma ho anche una casa in Messico e una a New Orleans con ben 27 cavalli. Adoro gli animali, più degli uomini.

Pensi che il ritorno a New York abbia avuto un’influenza sulle tue composizioni?
Sto lavorando molto. Credo che New York abbia molto da offrire e da stimolare: è una città sempre in fermento.

Hai già qualcosa di pronto per un eventuale nuovo album?
Sì, ho già qualche canzone pronta per essere registrata. E ne ho altre nel cilindro che tirerò fuori al termine di questo tour. Purtroppo sono anche molto pigro, ma credo che il nuovo album possa uscire entro l’inizio del prossimo anno.

Pensi di registrare altre cover?
Hey Joe di Hendrix aveva riscosso molto successo e non posso fare a meno di presentarla quando sono in tour. Altre? Perché no? Magari qualche pezzo popolare rivisitato in chiave blues!

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